Momenti di paura in mare per Antonella Bundu, a bordo della “Trinidadâ€, una delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, affondata durante una violenta tempesta. La barca ha iniziato a cedere dopo ore di mare agitato, riportando gravi danni strutturali che hanno costretto l’equipaggio ad abbandonarla.
Determinante l’intervento della Open Arms, che ha messo in salvo i presenti con un’operazione complessa tra onde alte e vento forte. I naufraghi, tra cui Bundu, sono stati recuperati uno a uno con un gommone e trasferiti sulla nave principale dell’organizzazione.
In totale sono 12 le persone salvate, ora in attesa di un porto sicuro dove sbarcare. L’episodio si inserisce nel contesto della missione internazionale della flotilla, già al centro dell’attenzione nei giorni scorsi dopo alcune intercettazioni in acque internazionali e mobilitazioni di solidarietà anche a Firenze.
Il lungo racconto social
(www.lanazione.it) – “La Trinidad è affondata – scrive Bundu –. Ieri era il primo giorno di “tormenta” (tempesta in spagnolo). Dopo alcune ore di mare grosso, con sballottamenti a destra e a manca, la barca ha cominciato a spezzarsi. È volata via la battagliola a manca, con candelieri e draglie, lasciando dei buchi importanti nella coperta (nel senso che è partita la ringhiera a sinistra, con i pali sradicati che hanno lasciato fori sulla barca). Acqua da sotto e da sopra. Noi comuni mortali abbiamo abbandonato rocambolescamente la nave, chiedendo via radio l’intervento di Open Arms. Pronti a lasciare la barca, aspettiamo fuori nel pozzetto a poppa, mentre il pannello solare, ancora agganciato ai cavi di acciaio, vola sbatacchiato dal ventoâ€. Ecco che arriva il gommone della Open Arms.
Il salvataggio
“Un soccorritore con caschetto riesce a zompare sulla Trinidad. Ci prendono uno alla volta, io per ultima, il capitano decide di rimanere sulla barca”, scrive Bundu. E ancora: “Quelli sul gommone ci urlano in spagnolo, per sovrastare il rumore del mare: “Salta solo quando te lo dico io e afferra l’avambraccio del soccorritore. Niente maniâ€. “Sì, sìâ€, faccio ioâ€.
Ecco poi “l’onda che si alza alta al fianco della barca, portando su di sé il gommone, per poi abbassarsi di botto, sbam!, facendo scomparire il gommoneâ€.
“Acquattati, per l’equilibrioâ€. “Sì, sìâ€, faccio di nuovo io. “Si rialza l’onda. Il soccorritore, sono sicura, dice “Vaiâ€. Allora, prima ancora di sentirlo, spicco il volo: scavalco in quella frazione di secondo in cui la barca si alza, o forse è già al picco. Il gommone si abbassa; fatto sta che ormai sono in volo. Allungo il salto e casco rovinosamente sul pagliolato (il pavimento del gommone)â€.
“Andiamo a tutto gas, sbattendo sulle onde ma con una sensazione di sicurezza, mentre l’acqua salatissima ci spruzza e ci bagnaâ€, continua il concitato racconto. Con sè, Bundu ha solo una piccola borsa di tela. “Il passaporto in una pochette di plastica al collo, fisso lì dalla notte degli attacchiâ€.
Poi, lo sbarco sulla ‘nave madre’. “Mentre vanno a riprendere quelli sulle altre due barche, guardo nella borsa: è pesante, spero di averci dentro qualcosa di utile. Escono una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo, tre caricabatterie e power bank, auricolari, una bandiera Nuestra Convoy a Cuba, un paio di calzini (utile, ero venuta via senza infilarmeli), un maglione (utile) e la trousse con dentifricio, spazzolino e burro di cacao. Stopâ€!
Dodici naufraghi in attesa di un porto
“Ci portano nel comedor, ci danno l’uniforme Open Arms, facciamo finalmente una doccia, anche calda. Laviamo i vestiti sporchi e li mettiamo ad asciugare. Nel frattempo arrivano anche altri. Siamo 12 naufraghi in tutto. Ci mostrano le cuccette: possiamo dormire a turni di 4 ore a testa. Vado a letto alle 23 e alle 3:00 mi alzo.

