Roma, 17 apr. – L’Italia riceve circa il 10 per cento del petrolio greggio totale dai paesi che si affacciano sul Golfo persico, in particolare da Arabia Saudita e Iraq, l’11 per cento del gas naturale, soprattutto dal Qatar e un quarto dei prodotti petroliferi raffinati totali, prevalentemente dall’Arabia Saudita. Lo riporta una analisi inserita dalla Banca d’Italia nell’ultimo Bollettino economico.
Secondo Bankitalia la dipendenza della Penisola dal greggio proveniente da questa regione è simile a quella degli altri maggiori paesi dell’area dell’euro, ma “è più elevata per i prodotti petroliferi raffinati e per il gas naturale”.
La guerra in Medio Oriente, si legge, ha riportato in primo piano i rischi connessi con l’approvvigionamento energetico dai paesi del Golfo Persico. Per l’Italia questi rischi “si trasmettono soprattutto attraverso i rincari di petrolio e gas naturale, che potrebbero ampliare significativamente il disavanzo energetico e ridurre la competitività dei settori ad alto consumo di energia”, prosegue Bankitalia.
Data la natura integrata di questo mercato e la competizione internazionale per l’approvvigionamento di risorse limitate, “il permanere delle quotazioni delle materie prime energetiche su livelli elevati avrebbe effetti considerevoli sul saldo di conto corrente dell’Italia. A parità di consumi – calcola Bankitalia – se nel 2026 il petrolio e il gas naturale avessero prezzi coerenti con le quotazioni implicite nei contratti futures osservati alla fine di marzo, il disavanzo energetico nazionale si amplierebbe di poco più di mezzo punto di Pil”.
Ipotizzando invece uno scenario alternativo più severo, “il disavanzo si amplierebbe di quasi 2 punti e mezzo di Pil, al 4,3 per cento”. Bankitalia ricorda che nel 2022, per effetto dei rincari conseguenti all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il disavanzo energetico aveva raggiunto un picco del 5,1 per cento.Il rialzo dei prezzi dell’energia si ripercuoterebbe anche sulla competitività internazionale dei settori ad alto consumo di energia (prodotti chimici, metallurgia, prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi e prodotti della carta), ai quali è riconducibile circa il 16 per cento delle esportazioni italiane di beni, una quota simile a quella della Germania.
Il conflitto potrebbe inoltre influire sugli scambi di beni non energetici e di servizi con i paesi del Medio Oriente. Negli ultimi anni l’importanza di tale area come mercato di destinazione per l’Italia è aumentata: nel 2025 assorbiva circa il 4 per cento delle esportazioni italiane di beni.Le importazioni italiane di beni non energetici dal Medio Oriente rappresentavano invece meno dell’1 per cento del totale e comprendevano soprattutto metalli (alluminio) e prodotti chimici di base (polimeri e materie plastiche)
(askanews)

