Migranti, su 5 espulsi solo uno torna a casa

espulsione

Il sistema dei rimpatri si sta rivelando essere uno dei “buchi neri” del sistema europeo delle migrazioni. Le cifre dello scorso anno dicono che su 440mila richieste di rimpatri, solo 77mila sono andate a buon fine. Il sistema ha mostrato drammaticamente le sue falle quando si è scoperto che l’attentatore di Bruxelles, che ha ucciso due tifosi svedesi nel centro della capitale europea, aveva ricevuto un decreto di espulsione mai rispettato. A rendere omaggio alle due vittime svedesi il 18 ottobre sono stati i leader di Belgio e Svezia, che si sono impegnati a rafforzare la sicurezza delle frontiere e ad intensificare i rimpatri. Ad uccidere a colpi di arma da fuoco i due tifosi è stato un ”richiedente asilo” tunisino, la cui richiesta era stata respinta e che avrebbe perciò dovuto lasciare il territorio europeo.

Schengen a rischio

La gestione problematica dell’asilo e della migrazione negli Stati membri dell’Ue sta rivelando gravi lacune anche in termini di sicurezza, col mancato rimpatrio anche di criminali o di persone reputate potenzialmente pericolose, in particolare a causa della loro radicalizzazione. Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha affermato che la zona Schengen europea non sopravvivrà se le frontiere esterne dell’Ue non saranno protette in maniera più efficace dall’immigrazione illegale. La zona Schengen è quella che consente la libera circolazione dei cittadini europei nei vari Stati membri. “Se non siamo in grado di proteggere i nostri confini comuni, non saremo in grado di sostenere la libera circolazione in Europa”, ha affermato Kristersson. Il primo ministro belga Alexander De Croo si è invece soffermato sulla necessità di un sistema più efficace per il rimpatrio degli immigrati non autorizzati, invocando un miglior coordinamento.

L’attentatore andava espulso

L’uomo che ha sparato il 16 ottobre, di nome Abdesalem Lassoued, è stato ucciso il giorno successivo dalla polizia belga. Aveva 45 anni ed arrivato sull’isola di Lampedusa nel 2011. In seguito aveva vissuto in Svezia prima di chiedere asilo in Belgio. Nel 2020 la sua richiesta era stata respinta per mancanza di requisiti e gli è stato ordinato di lasciare il Paese. In base alla legge belga avrebbe avuto 30 giorni di tempo per partire volontariamente. Nonostante l’uomo fosse noto alle forze di polizia, l’ordine però non gli è mai stato consegnato perché non aveva un domicilio ufficiale. Secondo l’emittente pubblica svedese Stv l’assassino era stato incarcerato in Svezia per crimini connessi allo spaccio di droga. Ad agosto il Paese scandinavo ha alzato l’allerta terrorismo al secondo livello più alto, con l’intelligence che aveva avvisato il governo di un aumento delle minacce contro gli svedesi sia in patria che all’estero in seguito ai roghi del Corano. Questi incidenti hanno indignato i musulmani e provocato minacce jihadiste.

In attesa del patto

I ministri dell’Immigrazione dell’Ue discutono il 19 ottobre le prossime mosse in tema di frontiere e rimpatri. Secondo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen la prevenzione di queste situazioni potrebbe essere aiutata dal nuovo patto sulle migrazioni, che garantirebbe rimpatri più rapidi per gli stranieri considerati una minaccia per la sicurezza. L’accordo raggiunto tra i governi, con l’Italia in prima fila, necessita ancora di essere negoziato col Parlamento europeo. Gli Stati membri e l’esecutivo europeo sperano di chiudere l’accordo entro la fine di quest’anno. L’anno scorso i Paesi dell’Ue hanno emesso in totale 420mila decisioni di rimpatrio, ma solo 77mila sono state rese esecutive. Bruxelles attribuisce un’ampia fetta di responsabilità ai Paesi di origine dei migranti espulsi, che sarebbero restii ad accogliere indietro i loro cittadini.  https://europa.today.it