La domanda che ciascuno di noi si deve porre è inevitabile: dove vogliono arrivare? Cosa vogliono ottenere davvero?
di Carmen Tortora – La narrazione sul caldo estremo che sta invadendo i media globali – con la sponda entusiasta dei vertici dell’OMS – ha ormai superato il livello di guardia dell’allarmismo. Titoli gridati come “1.300 morti in una settimana” o “12.000 vittime potenziali in tre giorni” vengono sbattuti in prima pagina come verità assolute. Peccato che quasi nessuno spieghi un dettaglio fondamentale: non sono cadaveri accertati, ma stime statistiche e proiezioni matematiche.
È il solito vecchio schema, replicato identico a ogni latitudine. Ogni continente, a turno, viene dipinto come l’epicentro massimo dell’apocalisse climatica. Una strategia comunicativa standardizzata che, francamente, merita di essere smontata.
Il caso italiano, in questo senso, è emblematico.
Da un lato abbiamo Hans Henri P. Kluge, direttore di OMS Europa, che lancia l’allarme: cinque morti in 24 ore in Italia per il caldo, pronto soccorso al collasso e l’estate attuale definita come la “prova generale” dell’inferno che ci aspetta.
Dall’altro, poche ore dopo, arriva la smentita del Ministero della Salute italiano. Maria Rosaria Campitiello, a capo del Dipartimento della Prevenzione, ha chiarito all’ANSA un fatto tanto semplice quanto imbarazzante per l’OMS: al Ministero quei cinque morti non risultano affatto.
La differenza è sostanziale, non è un dettaglio burocratico: l’OMS usa algoritmi basati sulla “mortalità attesa”, mentre il Ministero conta i morti veri segnalati dai Comuni. Una stima al computer non è un decesso reale.
Il Ministero lo aveva già detto: nessun picco di mortalità tra gli over 65. Certo, bisogna proteggere i fragili, ma senza inventare un’emergenza che intasa i pronto soccorso per niente.
Eppure, il copione non cambia. Anche il Direttore Generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha rincarato la dose parlando di 1.300 morti in eccesso in Europa. Di nuovo, si è guardato bene dallo specificare che si tratta di modelli epidemiologici e non di bare reali.
Quando le istituzioni usano la statistica come se fosse cronaca nera, il cittadino medio capisce una cosa sola: che la gente sta morendo per strada. Nel tritacarne del dibattito pubblico, la distinzione tra calcolo matematico e realtà concreta evapora.
Se si vuole fare informazione seria e non terrorismo psicologico, bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di separare chiaramente quattro cose diverse:
I decessi reali, certificati dai medici.
Le stime statistiche, cioè i calcoli sull’eccesso di mortalità.
Le proiezioni epidemiologiche, costruite attraverso modelli di studio.
Gli scenari previsionali, basati su ipotesi sul futuro.
Confondere queste categorie non è un errore di distrazione, è disinformazione. Spiegare la natura dei numeri significa rispettare l’intelligenza dei cittadini, lasciando l’allarmismo da clickbait fuori dalle comunicazioni ufficiali. Di fronte a questo bombardamento coordinato, la domanda che ciascuno di noi si deve porre è inevitabile: dove vogliono arrivare? Cosa vogliono ottenere, davvero, in Europa?
Carmen Tortora
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