Donald Trump prepara “l’inevitabile tempesta” contro l’Iran
Pur non abbandonando la via diplomatica, il presidente si tiene tutte le opzioni aperte, anche quella di una ripresa dei combattimenti, e riunisce alla Casa Bianca i suoi comandanti delle forze armate in attesa della nuova proposta di pace dell’Iran.
Il numero uno del Centcom Brad Cooper gli ha presentato i nuovi piani per una potenziale azione: una serie di attacchi “brevi e potenti” nella speranza di spezzare l’impasse nelle trattative e costringere l’Iran a piegarsi sul nucleare. Le alternative illustrate al commander-in-chief, alla presenza anche del capo di stato maggiore aggiunto, Dan Caine, includono poi l‘utilizzo delle forze speciali per mettere al sicuro le scorte di uranio arricchito. Ma anche la presa di controllo, tramite l’impiego di forze di terra, dello Stretto di Hormuz per riaprirlo alla navigazione commerciale. Per la riapertura, comunque, gli Stati Uniti non potrebbero procedere da soli ma avrebbero bisogno di una coalizione internazionale.
L’amministrazione è già al lavoro per cercare di metterla in piedi: il Dipartimento di Stato ha inviato un cablogramma alle ambasciate americane esortando i diplomatici a fare pressione sui governi stranieri affinché aderiscano alla ‘Maritime Freedom Construct’.
Trump resta convinto che il blocco dei porti iraniani sia la sua maggiore leva negoziale: impedire a Teheran di stoccare il petrolio nei container o caricarlo sulle navi farà esplodere – è la tesi dell’amministrazione – le linee di produzione di greggio iraniane. Una previsione che incontra però lo scetticismo degli esperti di energia, secondo i quali l’Iran ha davanti a sé settimane se non mesi prima di correre il rischio paventato dal presidente. Il commander-in-chief è ben consapevole dell’importanza dello Stretto di Hormuz nel braccio di ferro con l’Iran e in segno di provocazione ha pubblicato sul suo social Truth una mappa ribattezzandolo lo ‘Stretto di Trump’, sulla scia del Golfo d’America al posto del Golfo del Messico.
Sempre all’Ia ha affidato la minaccia di una nuova tempesta in arrivo: sullo sfondo dell’immagine che usa nel suo profilo du Truth, Trump appare di profilo con la scritta “The storm is coming”, accompagnata dalla frase “niente può fermare ciò che sta arrivando”. Mentre per alcuni media israeliani, citando fonti del governo Netanyahu, il Paese è in stato di allerta e starebbe intensificando i preparativi per una ripresa delle azioni militari già dalla prossima settimana.
Alle provocazioni social del commander-in-chief, arrivate fra il saluto a re Carlo III e il nuovo attacco al cancelliere tedesco Friedrich Merz, Teheran ha risposto con toni duri.
L’unico posto possibile per gli americani nel Golfo Persico “è sul fondo delle sue acque”, ha tuonato la guida suprema Mojtaba Khamenei, assicurando che gli iraniani difenderanno “i missili e il nucleare” come un “patrimonio nazionale”. La mancanza di sicurezza nello Stretto di Hormuz, ha rincarato la dose il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, è dovuta agli Stati Uniti e a Israele.
Lo scambio di minacce fra Washington e Teheran arriva alla scadenza dei 60 giorni previsti dalla legge affinché Trump notifichi al Congresso l’operazione militare e ottenga la sua approvazione. L’amministrazione è in contatto con Capitol Hill.
Un via libera “non serve, non siamo in guerra”, ha sostenuto lo speaker della Camera, il repubblicano Mike Johnson. Il capo del Pentagono prima ha rimandato alla Casa Bianca, poi ha spiegato che la tregua in corso sospende il conteggio. “Siamo in una fase di cessate il fuoco e, secondo la nostra interpretazione, questo implica che il computo dei 60 giorni venga sospeso o interrotto”, ha detto Pete Hegseth in Senato sotto pressione dei democratici, e dopo che dal pubblico presente in aula qualcuno gli ha gridato “criminale di guerra”. Le critiche non lo hanno scomposto: ha difeso l’operazione Epic Fury e la sua fede cristiana e respinto le polemiche a suon di battute e provocazioni, un po’ nello stile del suo capo Trump. ANSA

