“Siamo malate. Non ce la facciamo più!”, madre e figlia si uccidono

suicidio

Si sono tolte la vita perché entrambe malate, stanche di soffrire e di trascinare un’esistenza ridotta a medicine, dolore e solitudine

di Paola Fucilieri – Lo ha scritto chiaramente la figlia, cinquantenne, in un biglietto lasciato accanto al letto: una spiegazione lucida, quasi burocratica, senza drammi né recriminazioni. Hanno scelto il monossido di carbonio, acceso con una griglia nella stanza chiusa. Una morte silenziosa, pulita, definitiva. Per questo non si farà l’autopsia sui cadaveri di madre e figlia 82 e 50 anni trovati sabato pomeriggio al quarto piano di via Rovani 118, a Sesto San Giovanni. Non serve aprire i corpi, frugare negli organi, cercare conferme che già sono scritte nero su bianco. I cadaveri, in avanzato stato di decomposizione, sono stati consegnati direttamente all’autorità sanitaria. Caso chiuso prima ancora di cominciare.

L’allarme è scattato verso le 17.30, quando i condomini non hanno più sopportato l’odore dolciastro che filtrava dalle scale e la perdita d’acqua che colava dal soffitto. I vigili del fuoco hanno forzato la porta. Dentro, l’aria era ancora satura di gas. Le due donne giacevano sul letto, una accanto all’altra, come se si fossero addormentate per sempre dopo una lunga conversazione muta. Nessun segno di violenza. Solo una griglia ancora accesa, il biglietto e quella quiete pesante che sa di resa.

Fuori, la vita di periferia continuava indifferente: auto nel cortile, televisori accesi, gente che tornava dal supermercato. Dentro quell’appartamento, invece, si era consumata l’ultima, radicale forma di autodeterminazione. Due esistenze logorate dalla malattia, dall’età, dal peso di accudirsi a vicenda senza più speranza di miglioramento. La figlia, probabilmente esausta di fare da infermiera e da figlia allo stesso tempo, aveva deciso per entrambe.

Il biglietto della figlia resta l’unico vero documento di questa storia. Poche righe che valgono più di qualsiasi perizia: “Siamo malate. Non ce la facciamo più. Ce ne andiamo così”.
Razionale, quasi gelido nella sua desolazione priva di pathos. La provincia milanese, con le sue palazzine anonime e i suoi drammi silenziosi, ha offerto ancora una volta lo scenario perfetto per una tragedia senza pubblico.

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