“Colpisci e terrorizza”
di Giuseppe Romeo – Questa è stata la strategia che gli Stati Uniti hanno cercato di porre in essere negli anni, convinti di poter utilizzare al meglio le proprie capacitĂ di attacco. La ricerca di una guerra di breve durata e di un capovolgimento delle istituzioni dei Paesi-bersaglio nel tentativo di mutarne i regimi e definire un quadro di subalternitĂ in linea con gli interessi di Washington. Ma questo in Iran non si è verificato. Il consolidamento del regime, al contrario, si è presentato come quel paradosso che unisce in sĂ© non solo quella eterogenesi dei fini che dovrebbe guidare ogni pianificazione a considerare gli effetti possibili delle scelte iraniane a un consolidamento del regime. Ma anche quella miopia tipica della potenza egemone troppo presa dalla propria sicurezza e meno guidata da una considerazione delle capacitĂ dell’avversario di giocare su piani limitati, vero, ma letali nella scelta degli obiettivi in fase di condotta.
Oggi, al netto delle operazioni nello scenario dello Stretto di Hormuz e in un campo di battaglia non limitato da confini impermeabili, per Trump il vero problema è il non avere una strategia di uscita. Una possibile exit strategy che possa condurre su un piano accettabile di de-escalation un conflitto che nella paranoia di una vittoria possibile possa giustificare un piano di resa incondizionata, così come offerto dagli Stati Uniti, che imporrebbe condizioni tali da ridurre la sovranità dell’Iran a una finzione, quasi a subordinarne il futuro, se fosse, alle possibili logiche neoimperiali.
Il pericolo di alzare la posta aumentando l’escalation del conflitto unita all’assenza di una visione strategica giocano a favore dell’Iran il quale non lascia spazi di negoziato possibile non solo alle condizioni di Washington, ma neanche in un breve termine se non al prezzo di ottenere l’uscita degli Stati Uniti dal Medio Oriente e la fine delle ambizioni egemoniche di Israele nella regione. Questo, nella consapevolezza di Teheran di avere capacità militari con le quali poter distruggere ciò che rimane delle certezze economiche dell’Occidente e la possibilità di alzare il prezzo del coinvolgimento degli emirati del Golfo. A questi ultimi, non solo scaricando su di essi il costo economico del conflitto ma distruggendo le infrastrutture su cui si sono costruite le grandi città del deserto, colpendo quelle strategicamente critiche; ovvero impianti di estrazione/raffinazione e soprattutto quelli di desalinizzazione.
Ciò significa per l’Iran di essere certo di poter arrecare danni nel tempo con i quali i piccoli ma ricchissimi emiri dovranno confrontarsi, costretti a dover rivedere come e in che termini aver costruito sulla sabbia le proprie fortune rappresenti un’ipoteca oggi un’ipoteca esistenziale.
E’ vero! L’idea che l’Iran possa giocare per una vittoria è di certo fuori luogo. Teheran combatte come può, consapevole di non poter vincere ma convinto che l’entitĂ dei danni possibili arrecabili all’avversario sia la carta giusta per non perdere. D’altronde, per una cultura politica costruita dal 1979 richiamando l’Ashura – quale festivitĂ piĂą importante dello sciismo che commemora il martirio dell’imam Hussein, giĂ nipote del Profeta e morto nella battaglia di Karbala del 680, dalla quale si sarebbe ben compreso come e in che misura all’interno dell’Islam la vera battaglia sarebbe stata politica – l’idea del sacrificio e del martirio rappresenta una variabile non secondaria nel considerare i termini e i modi con i quali giungere a un negoziato.
Al di là dei danni possibili, in un confronto a lungo termine di certo vi sarà la necessità di giungere a un punto negoziale per le parti dal momento che uno stallo se non favorisce l’uno non favorisce neanche l’altro. Ma la differenza, però la farà chi sta oggi a guardare.
Certamente sarĂ interessante la posizione che sarĂ assunta dalla Russia, il cui prezzo sarĂ il riconoscimento delle conquiste in Ucraina e quella della Cina che si chiederĂ come e in che misura poter rientrare nei mercati occidentali e americani superando la compulsivitĂ della politica trumpiana e il suo asservimento alle logiche da nemesi biblica di Tel Aviv, mettendo sul tavolo dei possibili negoziati il destino di Taiwan.
E, tutto questo, mentre un’Europa incapace di riprendere in mano il proprio futuro guarda ancora a fantasmi d’oltrecortina cercando in ogni angolo del possibile quell’avversario oggi utile e funzionale a giustificare politiche personalistiche il cui fallimento diventa ancora difficile da metabolizzare. Così, la corsa a ostacoli di Orban a tentare di confermare posizioni politiche poco inclini a favorire una lealtà alla Commissione, o alla Commissaria, che rischiano di pagare dazio politico a un europeismo autocrate ormai asfittico. Un europeismo che resiste alla sua sconfitta sul campo giocando possibilmente al pari di Mosca a chi si ingerisce di più negli affari interni di una nazione sovrana, dove Bruxelles, democraticamente, considera i cittadini magiari incapaci di comprendere le ragioni del loro interesse.
Ma al di là delle ragioni apparenti di uno spirito democratico a doppia velocità , l’Unione europea, o il simulacro che sopravvive a essa, non potrà che stare a guardare quanto accade nelle sue prossimità . Questo, nel tentativo di limitare danni già evidenti, ma che nel tempo manifesteranno la loro incidenza sulla produzione e sull’accesso ai consumi dovendo sfidare una stagflazione economica e una sempre minore credibilità politica. La prima, che già oggi sembra aver messo radici nei consumi come nel potere di acquisto dei redditi europei; la seconda, nella poca considerazione che Bruxelles gode nel panorama di quella comunità internazionale il cui baricentro si è spostato da tempo su altri quadranti e nei quali dovrà trovare il prossimo egemone di turno cui accodarsi.

