Incassava il reddito di cittadinanza mentre era in carcere, giudice lo assolve

giustizia

Presenta la domanda per ottenere il reddito di cittadinanza in un Caf di Cairo Montenotte, durante un permesso premio (era detenuto in carcere) e il centro fiscale la accoglie finché l’aiuto economico non gli viene effettivamente erogato. Solo che la normativa di allora prevedeva che se qualcuno del nucleo familiare del richiedente fosse stato in regime di limitazione penale della libertà, non era possibile avere accesso al contributo statale.

Il caso ha visto al centro un uomo di Cairo che ieri mattina è finito davanti al collegio dei giudici del tribunale di Savona. Dopo il dibattimento è stato assolto dall’accusa di aver indebitamente percepito il sussidio, perché il fatto non costituisce reato. In sostanza era il Caf a dover controllare la bontà della richiesta e a bloccare l’istanza dopo aver verificato la mancanza delle prerogative.

Documenti presentati al Caf di Cairo

I fatti: l’uomo era detenuto nel carcere di Ivrea, provincia di Torino, e un giorno gli vengono concessi alcuni giorni di permesso premio legati alla possibilità di lavorare fuori dal penitenziario. Scende a Cairo e chiede alla sua compagna, che lavorava come badante a 900 euro al mese, di preparare i documenti necessari e accompagnarlo al caf per presentare domanda di accesso al reddito di cittadinanza.

Durante l’udienza il pm Luca Traversa ha chiesto all’imputato perché avesse deciso di fare domanda, la risposta è stata semplice: «Molti altri nella mia stessa situazione l’avevano fatta e così ho provato a presentarla anche io». L’uomo e la sua compagna arrivano al Caf ma ad entrare allo sportello è solo lui. Presenta le documentazioni necessarie con, cosa basilare, il documento rilasciato dal carcere che sostituisce la carta d’identità. A quel punto l’impiegata del Caf avrebbe dovuto bloccare tutto, invece la domanda viene inoltrata normalmente in attesa di approvazione o meno.

I controlli

Dopo poco tempo la risposta è positiva: all’uomo viene detto di sì e comincia a incassare il reddito di cittadinanza. Lo percepirà per diversi mesi, per un totale di circa quattromila euro scarse, finché anche lui finisce nella rete dei controlli postumi. Inps e Finanza mettono la lente d’ingrandimento sulla situazione dell’uomo e scoprono che era detenuto al momento della presentazione della richiesta. Immediatamente il sussidio viene bloccato e scatta anche la richiesta di rimborso. Nel frattempo parte anche l’azione penale per l’ipotesi di reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche e così l’uomo finisce in tribunale.

«Il mio cliente – ha spiegato della discussione finale il legale dell’imputato, l’avvocato Paolo Brin -, non ha commesso alcun reato: non ha presentato documenti falsi o dichiarazioni mendaci. Ha fatto una normale domanda per un sussidio». In sostanza era il Caf che doveva accorgersi della mancanza dei requisiti. Il pm Traversa ha puntato sul fatto che «Siccome la compagna non avrebbe ottenuto il sussidio perché lavoratrice stipendiata, allora lo ha presentato l’imputato ed era chiaro che il suo status di detenuto fosse ostativo. Lo Stato già aveva spese per la sua condizione di carcerato». Alla fine però il collegio ha dato ragione all’imputato.

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