«La spingeva contro il muro e poi le metteva le mani sotto i vestiti»; «Le palpava il seno e il sedere»; «Contro la volontà della vittima consumava un rapporto completo». È un vero e proprio campionario dell’orrore. Così ricco di dettagli che è difficile riportare tutto in chiaro.
Per anni il primario del reparto di Radiologia dell’ospedale «Guglielmo da Saliceto» di Piacenza avrebbe trasformato il suo ufficio in una sordida alcova. Durante il normale orario di lavoro avrebbe molestato e violentato colleghe medico, tecnici di radiologia e infermiere. Ci tentava praticamente con tutte il professore Emanuele Michieletti, luminare di radiologia con decine di pubblicazioni e riconoscimenti scientifici. Ma dietro l’immagine pubblica, stando agli inquirenti, si celava un predatore sessuale.
Già al momento dell’arresto, il 6 maggio 2025, le accuse nei suoi confronti erano gravissime. Tanto che era stato subito licenziato dall’Ospedale e sospeso dalla professione. Pochi giorni fa si sono concluse le indagini preliminari e dalle carte depositate dalla Procura di Piacenza emerge un quadro, se possibile, ancor più impressionante. Ad aprire il vaso di Pandora su ciò che avveniva nel reparto guidato dal professore Michieletti era stata una coraggiosa dottoressa.
Sfidando la paura e l’omertà che regnava in ospedale aveva raccontato tutto alla polizia. Le intercettazioni hanno poi fornito i riscontri, permettendo di scoprire altre violenze. Alla prima denuncia ne era seguita una seconda, successivamente ritirata dalla vittima. Ma al termine delle indagini preliminari sono decine i presunti casi di violenza, ai danni di almeno otto vittime. Di queste cinque hanno presentato anche formale querela. Alcune sono assistite dagli avvocati Daniele Pezza e Paolo Tosoni.
Già un anno fa la telecamera nascosta nel bocchettone dell’aria condizionata aveva documentato «32 violenze sessuali nell’arco di 45 giorni». «Esclusi festivi e riposi ci provava praticamente ogni giorno», dissero gli inquirenti. Ora, grazie al racconto delle vittime, i pm hanno ricostruito anche i casi antecedenti al 2025. Il primo è proprio quello della radiologa che si è ribellata. «Il 21 novembre 2024 alle 11,30 si reca nell’ufficio del primario per parlare di ferie — si legge —. Lui dopo aver chiuso la porta a chiave la prendeva per le spalle e la spingeva contro una libreria… tenendola ferma per un braccio si strusciava contro le sue parti intime e la baciava insistentemente sul collo…». Solo il provvidenziale arrivo di una persona che suona al campanello «permetteva alla dottoressa di divincolarsi e scappare via».
Con modalità analoghe ci prova il 9 dicembre con un’altra collega. «La blocca, la fa sedere su di lui, la tocca nelle parti intime…». Un’altra dottoressa ha riferito che già nel 2015 Michieletti non si era limitato agli strusciamenti ma «si era abbassato i pantaloni davanti a lei… cercando poi di palpeggiarla». Molti racconti si sovrappongono nel descrivere il modo in cui agiva il primario. Atteggiamenti che sembrano di una persona che non era più in grado di controllare le continue pulsioni sessuali.
Nel 2020, al cospetto di un tecnico di radiologia che si opponeva ai suo palpeggiamenti, «lui si abbassa i pantaloni… dicendole con orgoglio: “Guarda che effetto mi fai”». Il professore Emanuele Michieletti avrebbe continuato a molestare la collega anche quando si erano ritrovati assieme in sala diagnostica. Durante il periodo del Covid, un’altra dottoressa sarebbe stata «costretta ad un rapporto sessuale completo sulla scrivania dell’ufficio».
E poi c’è il caso più squallido, ai danni di un’infermiera. Violenze degradanti che andavano avanti da dieci anni. «Più volte al mese — scrivono i pm — quando aveva bisogno di sfogare le sue pulsioni sessuali la prendeva per le spalle la conduceva nel suo ufficio e la costringeva ad avere rapporti sessuali».
Medici e infermiere erano tutte fortemente condizionate «dalla sua immagine di uomo potente e protetto dalla direzione sanitaria». «Una volta che l’infermiera aveva provato a dirgli di smetterla l’aveva minacciata dicendole di stare ben attenta a quello che faceva». Un dettaglio non da poco: il reparto del professor Michieletti era all’avanguardia nel trattamento del cancro al seno ed altre patologie ancora più gravi. Nelle sue giornate di lavoro il primario passava da diagnosi delicate alle presunte violenze sessuali.
Dopo aver scontato sei mesi agli arresti domiciliari Michieletti è tornato al suo lavoro, anche se in uno studio privato. L’ordine dei medici ha infatti revocato la sospensione dalla professione. «Leggeremo gli atti — dice il suo legale, Pietro Roveda —, ed entro venti giorni presenteremo le nostre memorie. Non abbiamo ancora deciso se fare interrogare il mio assistito».

