di Osvaldo De Paolini – Il conto della favola elettrica è arrivato, ed è salatissimo. Ventidue miliardi di oneri, perdite fino a 21 miliardi, dividendi azzerati, crollo in Borsa del 25% in una sola giornata e un gruppo costretto a reimpostarsi come se fosse una start-up allo sbando e non uno dei colossi mondiali dell’auto. Questo è il lascito di Carlos Tavares: un manager celebrato come visionario che ha confuso l’ideologia per strategia e l’ostinazione per lungimiranza.
Tavares ha puntato tutto sull’auto elettrica con il fervore del convertito, ignorando segnali di mercato, resistenze dei consumatori, fragilità industriali e il fatto che l’Europa non controlla né le materie prime né la filiera tecnologica. Una scommessa azzardata fatta col denaro degli azionisti, dei lavoratori e dei territori, mentre lui si garantiva un’uscita dorata. Perché mentre Stellantis oggi brucia miliardi, l’ex ceo non se n’è andato a mani vuote. Secondo i dati disponibili, Tavares ha incassato 35 milioni tra liquidazione e buonuscita, ai quali vanno sommati compensi totali per 100 milioni maturati nei tre anni passati alla guida del gruppo. Una cifra che stride in modo offensivo con il disastro industriale che emerge ora dai conti.
Ma sarebbe troppo comodo fermarsi al capro espiatorio. Perché dietro questo disastro c’è anche la responsabilità enorme della Commissione Ue, che ha spinto l’intero settore automotive verso l’elettrico con un approccio dogmatico, ideologico, quasi messianico. Divieti, scadenze irrealistiche, zero realismo geopolitico: Bruxelles ha imposto una rivoluzione senza preoccuparsi di costruire una transizione vera, graduale, sostenibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: consumatori confusi, auto sempre più care, industrie in difficoltà e concorrenti cinesi che ringraziano.
L’Europa, che non produce batterie e non domina le tecnologie chiave, ha deciso di farsi del male da sola, consegnando un vantaggio competitivo colossale a chi non condivide né le sue regole né le sue ossessioni ambientali. E oggi, mentre i nodi vengono al pettine, la Commissione tentenna, rinvia, corregge a margine, senza il coraggio politico di ammettere l’errore. Si continua a parlare di aggiustamenti mentre interi gruppi industriali bruciano miliardi e si finanziano a debito per restare in piedi. Per l’Italia, tutto questo non è questione astratta.
La crisi Stellantis rischia di tradursi in meno investimenti, stabilimenti più fragili, produzione ridotta e una filiera dell’indotto sotto pressione. Migliaia di posti di lavoro dipendono da scelte industriali prese lontano dal Paese e da regole scritte senza considerare la realtà produttiva italiana.
Un gruppo che rinvia i dividendi, emette obbligazioni ibride per difendere la liquidità e parla di reimpostazione non è un gruppo in salute: è un gruppo che cerca di limitare i danni. E di ciò va dato atto all’attuale ceo Antonio Filosa. Ma quando a farne le spese sono i siti produttivi italiani, il prezzo lo paga l’intero sistema industriale. Di ciò dobbiamo avere contezza.
Stellantis ora promette di rimettere il cliente al centro.
Ottima idea, peccato che ci si arrivi dopo aver perso tempo, denaro e credibilità . La lezione è brutale ma chiarissima: l’auto non si governa per decreto e l’industria non si guida a slogan. Chi non l’ha capito in tempo, oggi presenta il conto. E, purtroppo, non sarà solo Stellantis.
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