Il Venezuela, la Russia, …e il «corollario» Trump

Trump e Maduro

Meravigliarsi dell’iniziativa di Trump contro Maduro è in fondo una sorta di ipocrisia da perbenisti da salotto

di Giuseppe Romeo – «Speak softly and carry a big stick; you will go far» (lett. Parla a bassa voce e porta un grosso bastone; andrai lontano) diceva così un Theodore Roosevelt dopo essere stato tra i promotori della splendid little war condotta dal 21 aprile al 13 agosto 1898; ovvero, la guerra ispano-americana voluta dagli Stati Uniti per defenestrare definitivamente la Spagna dai Caraibi, e poi anche dalle Filippine. Una guerra per l’affermazione di una leadership economica fondamentale per una nazione in espansione e poco incline a dover fare i conti con ciò che restava della vecchia presenza europea nelle prossimitĂ  del Nuovo Continente. Una guerra veloce, splendida per la forza d’animo e le volontĂ  manifestate nel dimostrare la capacitĂ  di condurre un’operazione militare, anche se legittimata da un’operazione di false flag; cioè, dell’attribuire, strumentalmente, da parte di Washington alla Spagna l’esplosione della corazzata USS Maine. Un consolidamento di una egemonia giĂ  dimostrata a metĂ  dell’Ottocento da un solerte commodoro Perry che inaugurava la politica delle cannoniere nel Pacifico.

In realtà, l’idea era quella di favorire una politica di espansione verso il Pacifico estromettendo le potenze europee dall’Atlantico prossimo affermando, in questo modo, la definitiva presenza degli Stati Uniti come potenza mondiale. Il primo Roosevelt ebbe sin troppo chiaro quale sarebbe stato il destino degli Stati Uniti e quanto, come e in che misura, l’interesse nazionale avrebbe determinato e condizionato una politica estera che da lì a poco avrebbe avuto ben pochi confini con quella interna.

Ecco, allora, che in questa evoluzione del Nuovo Mondo verso un ruolo quasi profetico, la stessa «Dottrina Monroe», scritta per arginare ogni possibile influenza soprattutto del Regno Unito, ma non solo di esso, nei mercati dell’America Latina e delle Americhe in generale, si è vista perfezionarsi con quel «corollario» di Theodore Roosevelt per il quale laddove fossero in gioco interessi degli Stati Uniti, Washington si sarebbe riservata di valutare un proprio intervento a tutela. Insomma, di fronte a una storia fatta di evidenze, e solo per opportuna convenienza dettata da comodo filantropismo, di una potenza che si presenta quale liberatrice da ogni male e della quale ne abbiamo adottato simboli e teologie economico-commerciali e di costume, il meravigliarsi dell’iniziativa di Trump contro Maduro è in fondo una sorta di ipocrisia da perbenisti da salotto e non da pragmatici realisti delle relazioni internazionali.

Dal citato “incidente” del Maine a fine Ottocento senza andare molto indietro nel tempo scomodando la guerra per il Texas, sino all’incidente del Tonchino per giustificare l’intervento in Vietnam come nella prodezza della Baia dei Porci di cui Kennedy ne favorì l’avvio senza essere al corrente dei precedenti tentativi della Cia di uccidere Fidel Castro, gli Stati Uniti, in nome di una democrazia e di una libertĂ  di esportazione, non si sono fatti mancare nulla. Così come dalla piĂą recente provetta di un disattento Colin Powell – dimenticando che proprio un Donald Rumsfeld non perse occasione anni prima di promettere di persona al tanto vituperato Saddam Hussein il sostegno degli Stati Uniti alla guerra contro l’Iran per poi esserne il primo carnefice – non sembra siano mancate occasioni per piegare il corso della storia a favore di Washington quando …Washington ne avesse mai avuto necessitĂ .

E, narcos o meno, anche l’affaire Iran-Contras non è certo una medaglia a sfavore e, in fondo, neanche Noriega, sostenuto dalla Cia nonostante i suoi affari con i cartelli, è sfuggito alle cure di una potenza che alla fine è sbarcata nel dovunque possibile. E, tutto questo, pensando magari a una pietas eticamente sostenibile, di archiviare il regime change in Cile e la morte di Pinochet giusto per non fare torti a quell’interesse delle multinazionali made in Usa che hanno mandanti ben noti. Eppure, per comprendere gli Stati Uniti di ieri e gli Stati Uniti del «corollario Trump» sarebbe sufficiente rileggere due libri non così datati che, come sempre, non tolgono polvere alle biblioteche delle diplomazie europee perché o non ci sono o perché sono sconosciuti a blasonati accademici nostrani che a ogni crisi completano l’arredo dei talk show più in voga.

Uno è Empire’s Workshop: Latin America, The United States, And the Rise of the New Imperialism del 2007 di Greg Grandin; l’altro America Invades: How We’ve Invaded or Been Militarily Involved With Almost Every County on Earth dell’ottobre 2015 scritto da Christopher Kelly e Stuart Laycock. Due tra i tanti contributi che sull’impero statunitense sono stati scritti e presentati negli anni, che avrebbero dovuto far comprendere quali siano stati e lo sono ancora oggi i termini con i quali gli Stati Uniti definiscono la loro azione internazionale.

Nel primo caso, Gardin ricorda come e in che modo proprio l’America Latina ha rappresentato quello spazio di mercato funzionale alla crescita economica degli Stati Uniti nella loro modalità di neoimpero fondato su quel Dio e Dollaro di chiara derivazione hamiltoniana, ma ben rappresentato dall’ambizione di Thomas Jefferson di realizzare un «impero di libertà» già a Cuba e in Florida a spese della Spagna.

Lo stesso Gardin ricorda al lettore quanto e con quale forza l’amministrazione Reagan ha sostenuto regimi di certo non campioni di democrazia e libertà proprio in America Latina e in America Centrale, in nome di una economia da libero mercato condita con l’avventismo evangelico della missione attribuita alla potenza necessaria. Una condizione egemonica esportata, come ben descritta in America Invades, in un tour missionario delle forze americane in quasi tutti i Paesi del mondo ad eccezione di quei pochi ritenuti strategicamente ed economicamente insignificanti. E questo è il quadro di comprensione.

Oggi, a condizioni geopolitiche date, che il presidente del Venezuela sia più o meno un non santo non è questo il dilemma. Che il popolo venezuelano tolleri o meno una presidenza sostenuta da un uomo sul quale pesano altrettanto dubbi rapporti con organizzazioni prossime al narcotraffico, così come indicato da un rapporto della Commissione delle Nazioni Unite del 2020, può essere un motivo di condanna o di discutibile credibilità, nonostante non siano seguiti provvedimenti diretti nei confronti di Caracas. Tuttavia, ciò che è interessante è il messaggio che Trump lancia non solo a Maduro ma ai leader dell’America Latina.

In una partita dove Washington gioca a ricostruire una propria dignità di potenza persa nel campo economico nel confronto con la Cina e su quello politico-strategico in Ucraina, Trump tende a ridefinire i termini di equilibrio di potenza ai danni dell’Europa da un punto di vista commerciale, ma valutando come e in che misura contenere i danni possibili in uno scontro con la Cina passando per la Russia. E, in questa partita, non vi sono dubbi che l’America Latina sia il mercato di riserva degli Stati Uniti e della propria valuta e ciò non si allinea con le ambizioni cinesi, russe e europee con gli accordi con il Mercosur di assumere posizioni rilevanti nell’economia dei Paesi delle Americhe.

In questa nuova politica c’è molto di antico. Trump comprende che il rilancio degli Stati Uniti, come potenza economica e come potenza che ha un suo significato strategico passa nuovamente dall’America Latina. Esautorata l’Unione europea dalla corsa alla leadership economica, il controllo del Venezuela si pone come il controllo su uno dei principali Paesi Opec. Trump sembra, per questo, essersi messo d’accordo con Putin con il classico tu non crearmi difficoltà nel cortile di casa e io ti sosterrò nell’affare Ucraina facendo pagare i costi di entrambe le operazioni all’Unione europea. Ma non solo. Probabilmente dovremmo anche chiederci se vi è stato anche un accordo con Pechino per avere il via libera all’operazione «Absolute Resolve» che riguardava sino a ieri il futuro di un partner energetico importante per la Cina di Xi. Insomma, al netto della consapevolezza di come e in che misura si fanno gli affari, e considerato che il limite del lecito diventa sempre più sottile di fronte alla preminenza dell’interesse statunitense, per Trump il problema è anche il Venezuela ma non solo.

Di certo per il presidente statunitense se non vale morire per Kiev non è certo altrettanto conveniente doversi sacrificare per Taiwan. Per Trump si tratta, nel dover mantenere almeno una competitività alla pari con la Cina e non rischiare di perdere terreno con la Russia, di rimettere un punto sulla leadership in America Latina evitando balzi in avanti delle leadership sudamericane che non rispondano agli interessi di Washington. Perché è nel mantenere la propria egemonia nel continente americano che gli Stati Uniti possono ricostruire una possibilità futura di proiezione nel resto del mondo. E questo è quanto.

Poi sulle interpretazioni che per alcuni lo strike a stelle e strisce in Venezuela possa creare un pericoloso precedente perché legittimerebbe la guerra in Ucraina ed eventualmente un attacco cinese a Taiwan si può solo dire che, a volte, la geopolitica sembra voler prendere il posto a una fantapolitica casalinga soprattutto se poi, come in questo caso, ci si dimentica che per onesto realismo, in fondo anche gli Stati Uniti non hanno fatto meglio della Russia di Putin. Russia che, in verità, dai primi ha avuto buone lezioni di storia tra Serbia, Iraq, Afghanistan solo per rimanere a ricordi più prossimi alla flebile memoria di ciò che resta dell’Occidente europeo.
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