Ma quale oasi Lgbt? Pure i gay si sono stufati di Beppe Sala: Milano non va

Beppe Sala

di Massimo Sanvito – Non era l’oasi felice plasmata da Pd e compagni in salsa Lgbt? La città super-mega inclusiva dove omosessuali e trans potevano vivere liberi e sicuri? La gaylandia per eccellenza, modello milanese da esportare in Italia, in Europa e nel mondo? Macché. Pensavano fossero attenzioni sincere, invece erano solo spot… E così il sindaco influencer, quello dei calzini arcobaleno per ingraziarsi la comunità, ha perso un’altra bandierina da sventolare. Del resto, quando l’ideologia fine a se stessa si scontra con la realtà, il castello di carte, tipica costruzione cara alla sinistra, è destinato a dissolversi. I gay, dopo gli abbagli iniziali, stanno mollando Beppe Sala.

Prendiamo Jonathan Bazzi, scrittore meneghino doc finalista al Premio Strega col suo libro “Febbre”, che in questi giorni si è sfogato sui social dopo essere stato aggredito insieme al suo compagno in viale Tunisia. Non era la prima volta. «A Milano la qualità della vita si è schiantata al suolo negli ultimi anni. Specie per chi non ha tanti soldi», ha detto. E ancora: «Donne e membri della comunità Lgbtq+ hanno paura a girare per strada».

Di nuovo: «Il problema della sicurezza è una conseguenza di un progetto generale della città». Ma non è finita: «Ampie sezioni del territorio, soprattutto periferiche, sono state abbandonate a se stesse e questi sono i risultati». È un pericoloso sovversivo di destra che parla? Certo che no. È un cittadino che secondo la vulgata sinistra dovrebbe essere contiguo all’amministrazione ma anche lui, e non solo lui, si è stufato della retorica che dipinge Milano come un paradiso in cui le aggressioni e le rapine in mezzo alla strada (il capoluogo lombardo è primo nelle due specialità) sono solo un’invenzione dei giornali non allineati al verbo di Sala.

Dalla sicurezza al commercio. I locali del Rainbow District di Porta Venezia, dove il sindaco si fa vivo appena sotto elezioni o in occasione del Gay Pride, sono ai ferri corti con la giunta filo-Lgbt solo a parole. Da quando il Comune ha pensato bene di imporre loro la chiusura dei dehors a mezzanotte, lasciando però libertà assoluta ai minimarket etnici e ai venditori ambulanti abusivi di alcolici a basso costo. La comunità omo e transessuale, tanto i gestori che ogni giorno creano lavoro per centinaia di persone mettendo in pratica – loro sì – la vera inclusione quanto i clienti che hanno trovato il loro quartier generale di svago, hanno dichiarato guerra a Beppe e compagni. Sono neri, altro che arcobaleno… Una città, l’internazionalissima Milano progressista, dove il quartiere gay con una mano viene celebrato a favore di copertina e con l’altra vessato a colpi di ordinanze. E messo in ginocchio.

E che dire dei prezzi delle case e dei trasporti?

«È impossibile trovare una casa (o una stanza) a prezzi sostenibili e i mezzi pubblici hanno tempi di attesa indegni (nonostante il biglietto costi sempre più)», ha rincarato la dose Bazzi. La stoccata è politica e va dritta a Palazzo Marino.

«Ci si è concentrati sempre di più sul competere con le grandi capitali europee spostando le attenzioni, le risorse e la visione verso una direzione che non è inclusiva ma che mira a entrare in certi circuiti, a muovere certi capitali, lasciando indietro grandi fette della popolazione». La luna di miele, ormai, è finita: «Qualcuno dice che non dovremmo alimentare il lamento collettivo contro Milano per non finire in mano alla destra, ma cos’ha ormai di inclusivo e anticlassista questa città? È ripiegata senza coraggio né visione sul culto claustrofobico di se stessa». Dunque che farà Sala? Dopo i calzini, uno smoking arcobaleno?
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