Premio Firenze 2013: segnalazione d’onore per il giornalista Domenico Rosa

domenico-rosa13 luglio – Pubblichiamo il racconto di Domenico Rosa, saggista abruzzese da tempo residente a Firenze, che ha ottenuto la segnalazione d’onore alla XXXI edizione del Premio Firenze.

L’autore narra una storia di famiglia: il nonno tornato dall’Africa dopo la II guerra mondiale. Partito 10 anni prima nel 1946 riappare come per miracolo nel suo paesino nell’entroterra abruzzese. La sua vicenda di immigrato si intreccia inesorabilmente a quella della grande Storia con l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania. Da lavoratore si ritroverà soldato.
L’atteso ritorno

La Fiat 6 cilindri 1500 si fermò nella piazza di Quadri, nel chietino. Era il 14 marzo del 1946, il secondo rintocco della campana che annunciava la celebrazione domenicale era già suonato. Attorno un paesaggio desolante, calcinacci e macerie ovunque. Anche la chiesa di Santa Maria dello Spineto appariva gravemente lesionata. I fedeli incuranti dei rischi ogni domenica l’affollavano.

Maria era in ritardo, scese di corsa le scale di via Colle per andare a messa. Presa dai suoi pensieri non si accorse della vettura; d’un tratto però udì la voce del simpatico Iaconaldo che la scosse. Un brivido la gelò, la penetrò in fondo alle viscere. Dimenticò il ritardo. “U cumpà Camill Buschitt!!”, gridò incredulo Iaconaldo, come se avesse appena assistito a un miracolo. “Compà non vai a messa?”, chiese scherzando Camillo, sapendo già in che tipo di risposta sarebbe incorso. “Adesso l’ho finito di dire a don Peppe, Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo. Perciò sta pure alla cantina. Io vado alla cantina”. Si abbracciarono tra le risate.

Maria quasi timidamente si avvicinò. Quell’uomo scarno e affaticato sceso dall’auto era suo padre, partito per l’Africa nel 1936. Lei aveva solo due anni e suo fratello Giuseppe era appena nato. Era l’anno in cui la propaganda garantiva pane e lavoro agli italiani pronti a dare il loro contributo per il nuovo Impero. Rinasceva per tanti meridionali la speranza della terra, dando vita a una nuova forma di emigrazione. Nell’aria le radio e i cinegiornali proclamavano solennemente l’entrata del Maresciallo Pietro Badoglio in Addis Abeba: “alle ore 16 del 5 maggio 1936”. Era l’inizio di una nuova grandezza che pian piano si sarebbe tramutata in tragedia, in una guerra atroce e sfortunata.

La piccola tra le lacrime chiese: “Sei papà?”. Non ricordava quel volto visto l’ultima volta dieci anni prima. Camillo l’accarezzò e la baciò. Le diede la borraccia da soldato e Maria corse in chiesa a chiamare la nonna. La vecchia Francesca alla vista dell’oggetto capì che le sue preghiere di riabbracciare il figlio erano state esaudite. Non poteva trovarsi in un posto migliore per ringraziare Dio.

Camillo prima di percorrere i pochi metri che lo riportano a casa, stringe a sé il compagno d’avventura Giacomino. Il commilitone con voce rotta gli sussurra: “Ce l’abbiamo fatta”. Risale a bordo e proprio in quel momento Raffaele, l’autista, mette in moto, direzione Castel del Giudice, nell’alto Molise, dove l’altro reduce risiedeva.

L’aria mattutina di marzo, tutt’altro che calda nell’entroterra abruzzese, viene respirata a pieni polmoni dal soldato, ancora incredulo della sua impresa. Tutto attorno il sole splendente fa luccicare la brina caduta qualche ora prima.

La voce del ritorno si sparge, la piccola comunità di Quadri, dilaniata dalla fame e dalla miseria portate dal conflitto mondiale, fa festa, riabbraccia quel figlio disperso, creduto morto e tornato in vita. Sono tanti i pensieri che affollano la mente di Camillo: la sconfitta patita dall’esercito italiano in Africa Orientale, lo sconforto, l’umiliazione della prigionia e quella speranza nel futuro che non muore mai.

L’inizio della fine il 19 maggio 1941. Il duca Amedeo d’Aosta sull’Amba Alagi si arrende dopo un’accanita resistenza al generale inglese Maine. “Non credevo si potesse soffrire tanto – confida il duca in quei momenti – Domani lasceremo questi luoghi con i nostri morti e per noi comincerà la prigionia”. I soldati italiani vengono portati in Kenia, le condizioni a cui vengono sottoposti sono inumane, violenze e sputi in pieno viso sono all’ordine del giorno da parte dei soldati di sua maestà.

Camillo, da cuoco e magazziniere che era, ha dovuto imbracciare un fucile. La grande storia si intreccia con la sua vicenda umana di immigrato quando Mussolini nel giugno del ’40 decide l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania di Hitler. Tutto frana. Quel territorio grande quattro volte la penisola italica diventa una trincea circondata da ogni parte dagli alleati corazzati e motorizzati. Una tenaglia.

Gli stenti, le sofferenze della prigionia, accompagnano le giornate del roccioso abruzzese. La sua voglia di vivere, di riabbracciare i figli sarà più forte e avrà la meglio sullo sconforto. Tra le prime persone che vanno a visitare Camillo c’è Stella. La donna chiede notizie del fratello Belvise, partito anche lui per l’Africa con la sua famiglia. Non può sapere che l’uomo che ha di fronte proviene da quattro anni di prigionia. Notizie fresche non ne ha, l’ultima volta che ha visto l’amico risale a una domenica del ’41. Di lì a poco arriverà per fortuna una missiva a tranquillizzare la sua ansia. I due paesani dall’altra parte del mondo si frequentavano quotidianamente. Nella e Filippo, i figli di Belvise, erano molto affezionati a lui. La piccola soprattutto si faceva sempre portare da Camillo una scimmia, specialista nel togliere i pidocchi.

Diversi decenni dopo, nel 1980, Nella, in visita dalla zia, rivedrà Camillo, non più l’uomo bello e sorridente di un tempo, ma in foto, al cimitero. “Cammill Buschitt!”, esclama anche l’italiana d’Africa tra le lacrime, facendosi il segno della croce.

Intanto Camillo ha a che fare con l’amarezza che la realtà post-bellica gli riserva. La casa di via Aia è un cumulo di macerie. La famiglia vive con Sebastiano, fratello della moglie Pasqua. Lo zio, affetto da una leggera zoppia e noto per il suo buon cuore, dopo i bombardamenti aerei aveva subito accolto la famiglia della sorella nella sua abitazione.

Sui muri non ci sono più le parole inneggianti all’Italia fascista e al suo duce. Inizia l’era democristiana: quelli che un tempo avevano indossato la camicia nera in un batter d’occhio l’hanno riposta in soffitta. Arrivano anche in Italia i soldi del piano Marshall. Il programma di riparazioni e ricostruzione di case delle Nazioni Unite UNRRA-Casas costruisce un villaggio omonimo a Quadri. Camillo non fa domanda per ricevere l’alloggio. Ne avrebbe bisogno come il pane, ma ha la meglio il suo orgoglio. Si rimbocca le maniche e inizia a rimettere a posto la casa in cui affondano le sue radici: “Nessuno potrà mai dire che Camill Buschitt non sia riuscito a farsi la casa”.

Inizia per lui una nuova vita, faticosa come sempre. L’Africa non l’ha reso facoltoso come era nelle sue aspettative. Torna al vecchio lavoro di minatore in galleria. Da sempre è abituato a guadagnarsi il pane duramente, con il sudore della fronte. Dopo aver vissuto mille vicissitudini non lo spaventa più nulla. Nel 1947 arriva la più grande gioia della sua vita, Franco. Il figlio di una nuova epoca. La moglie lo dà alla luce all’età di 44 anni. Parto record per allora e per certi versi anche per oggi. Un nuovo miracolo.

L’autore Domenico Rosa

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