Stupri Rimini, i vicini della famiglia marocchina: “Furti, minacce, violenze”

Foto LaPresse – Massimo Paolone

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Una macchina sfreccia sula strada e dalla finestra aperta entra un urlo terrificante: «Andate via». Donia fa una faccia feroce: «L’Italia è un paese di m perché più processi hai, più guai combini, più ti tengono qua». Anna, la sua amica, un velo colorato in testa, conferma con un cenno. Qualcuno punta una telecamera e comincia a riprendere. Allora le due donne, rabbiose, gridano a loro volta: «Noi non c’entriamo». Ma ormai quella palazzina bianca che si affaccia sul fiume è l’ edificio più fotografato d’Italia e i vicini di Donia e Anna sono sulla bocca di tutti: i loro figli di 15 e 17 anni sono in carcere dopo aver confessato le violenze di Rimini.

Una manciata di gradini e un piccolo corridoio separano gli inquilini, ma Donia vorrebbe che in mezzo ci fosse il Mar Rosso. Non è per la vergogna di quello che è successo. Anzi: «Forse è la volta buona che ottengo giustizia». Donia è minuta. Ha 37 anni e lo sguardo di chi non si rassegna:

«Quei due fratelli, oggi in carcere, me ne hanno fatte di tutti i colori. È anni che subisco le loro angherie e quella della madre. Lei mi ha minacciato con il coltello, loro mi hanno rubato, mi hanno spinto per terra, mi hanno fatto finire all’ospedale con un trauma cranico».

Donia ha origini marocchine, è nata in Francia ma ha la cittadinanza italiana. Come Anna. Le due riprendono: «Abbiamo testimoniato in tribunale contro la madre e i due figli, ma non è servito a niente, almeno finora». Donia è inarrestabile:

«È tre anni che vivo nel terrore, è tre anni che questi rubano e spadroneggiano, è tre anni che chiamo i carabinieri e sporgo denunce. È tre anni che i militari ripetono che, fosse per loro, avrebbero risolto il problema da un pezzo, ma che più di tanto non possono fare, le leggi sono queste, tocca andare avanti cosi».

Fuori diluvia e dal bosco sale un assaggio di inverno. Gelido e desolato. Le case intorno si contano sulle dita di una mano: Ponte Vecchio è una frazione lillipuziana di Vallefoglia. Qui le Marche sono una cartolina da sogno: il Montefeltro carico di storia; Urbino e i tesori del Rinascimento e poi Tavullia che è sinonimo di Valentino Rossi. Invece, Donia vive il suo piccolo inferno: «Ogni giorno ho paura che mi facciano del male, anzi che mi ammazzino».

C’è da stropicciarsi gli occhi: la famiglia dei fratelli che hanno terrorizzato Rimini è nell’occhio della giustizia da tempo.

Piano piano saltano fuori le carte che documentano quella situazione grottesca: la mamma dei due, e di un altro fanciullo più piccolo e di una sorellina di quattro anni, è stata raggiunta da un ammonimento per stalking e nei suoi confronti è aperto un procedimento per atti persecutori. «Non può avvicinarsi a casa mia – riprende Donia – ma qui siamo tutti stretti in pochi metri». Insomma, il provvedimento è un pezzo di carta all’italiana: vale per quello che vale. «Io ho fatto l’errore di aiutarli all’inizio, poi loro non mi hanno più mollato. Furti. Botte. Ingiurie. Ma sono sempre qui, nessuno li butta fuori, nessuno li rimanda in Marocco. E non hanno rubato solo a me, no qua tutti sanno chi sono».

Ma le sorprese non sono finite. Saliamo i gradini e bussiamo. Una tenda copre la porta: un mano la sposta e dall’oscurità emerge, solo in parte, il volto di un uomo sulla cinquantina. La suggestione è fortissima: sembra di stare dentro un dipinto di Caravaggio. «Sono distrutto, non voglio dire più nulla, almeno per oggi, ho già spiegato che i miei figli devono pagare».

Solo che pure lui sta pagando: è blindato, in detenzione domiciliare, in quella casa popolare dal canone bassissimo. La situazione è quasi incredibile: la famiglia, in Italia dagli anni Novanta, ha messo radici ma è irregolare che più irregolare non si può. Una sanatoria nel 95, poi la revoca del permesso di soggiorno per i troppi inciampi penali, poi equilibrismi e i tanti misteri della legge italiana. Il grappolo dei figlioletti a fare da scudo. Il nucleo resiste a dispetto di tutto e tutti. Donia riassume la propria frustrazione: «Io ora sono italiana, io pago le tasse e pretendo giustizia, invece devo adeguarmi ai ritmi del tribunale e del tribunale per i minori». Si avvicina il figlioletto di Anna: «Mi ricordo quando a scuola il secondogenito, quello che oggi ha 15 anni, ha tirato un bidone in faccia alla maestra». A quanto pare, il primo di una lunga serie di episodi di bullismo. Ma nessuno è riuscito a fermarlo.



   

 

 

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