Torture Usa, rapporto Senato: Su un detenuto la Cia usò il waterboarding 183 volte

Un rapporto choc sulle brutali tecniche di interrogatorio usate dalla Cia dopo l’11 settembre 2001 sarà diffuso dal Senato statunitense. La notizia è stata data dalla Casa Bianca che ha innalzato il livello di sicurezza per il timore di una nuova ondata di anti-americanismo.

Il rapporto, reso pubblico per motivi di presunta trasperenza, sembra in realtà una velata minaccia per chi avesse in mente di mettersi contro gli USA, anche se Obama, mostrandosi scandallizzato, urla al mondo: mai piu’. Ma chi lo crede?

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10 dic – Il rapporto della commissione intelligence del Senato Usa si concentra su diversi casi di tortura utilizzati dalla Cia nei confronti di almeno 119 detenuti. Tra gli episodi citati quello di Khalid Sheikh Mohammed, una delle menti dell’11 settembre, che fu sottoposto al waterboarding per 183 volte. Nonostante fosse divenuto più collaborativo, a detta della stessa Agency, la tecnica fu usata su di lui per dieci giorni consecutivi. E questo perché non confermava l’esistenza di un complotto che la Cia rivelò poi essere una truffa.

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Parte del documento si concentra sulla storia di al-Qaeda Abu Zubaydah, sospetto membro di al-Qaeda arrestato in Pakistan. Dopo la cattura, la Cia ottenne il permesso di usare nei suoi confronti il waterboarding e altre tecniche, come la privazione del sonno e l’isolamento prolungato. L’uomo venne tenuto in una struttura segreta in Thailandia, definita ‘Site Green’. Inizialmente, dopo aver avuto informazioni su un complotto imminente, fu tenuto in isolamento per 47 giorni senza essere interrogato. Quindi venne sottoposto a diverse torture, in seguito alle quali iniziò a soffrire di problemi psicologici.

Dal rapporto emerge che il sospetto terrorista durante una sessione di waterboarding divenne completamente “inerte” e iniziò a uscirgli schiuma dalla bocca.Secondo il rapporto almeno cinque detenuti vennero sottoposti alla cosiddetta reidatrazione rettale, una forma di alimentazione forzata attraverso il retto. Il documento del Senato non ha trovato alcuna motivazione medica alla base della tecnica.

Altri sono stati sottoposti a bagni ghiacciati e minacce di morte. Ad almeno tre detenuti venne detto che le loro famiglie avrebbero sofferto, i funzionari della Cia minacciarono di far del male ai loro figli, di abusare sessualmente della madre di un prigioniero e di tagliare la gola alla madre di un altro.

Nel settembre 2002 nella struttura Cobalt, nota come ‘Salt Pit’, in Afghanistan, i prigionieri erano detenuti in isolamento e al buio. Le loro celle avevano solo un secchio per i bisogni. Il primo detenuto in quella prigione fu Redha al-Najar, guardia del corpo di Bin Laden. Dopo mesi di privazione del sonno era un “uomo distrutto”, come emerge dalle registrazioni della Cia, ma la sua situazione peggiorò ancora. I funzionari iniziarono a tagliare le sue razioni di cibo, lo incatenarono al freddo mettendogli un pannolone invece che concedergli l’uso del bagno. Venne quindi interrogato alla fine del 2002, incatenato a un muro della cella e costretto a stare sul pavimento di cemento nudo, con solo una felpa. Morì e l’autopsia evidenziò che la causa fu ipotermia.

Vittime detenute per sbaglio – Lascia sconcertati poi il fatto che tra le vittime sottoposte a torture da parte della Cia, una su cinque era tenuta in stato di detenzione per sbaglio. Una su cinque, in particolare, era detenuta “per un errore di identità o a causa di cattive informazioni di intelligence”. Qualcuno tentò di opporsi a queste mostruosità ma alcuni funzionari della Cia che sollevarono la questione sulle discutibili legalità dei metodi di interrogatorio utilizzati, furono messi a tacere dai vertici dell’agenzia di intelligence. Furono cioè messi in guardia sul fatto che “quel tipo di linguaggio non era utile”, emerge dal rapporto diffuso dal Senato.
Non saranno però aperti procedimenti penali – Tuttavia, nonostante la diffusione del rapporto sulle torture, non saranno aperti procedimenti penali in riferimento al programma di interrogatori e detenzione della Cia. Lo affermano fonti del Dipartimento alla giustizia americano, secondo cui nessun responsabile o ex responsabile della Cia dovrebbe essere perseguito.
Nel rapporto sulle torture della Cia nel post 11 settembre spunta anche un quotidiano, il New York Times. Nelle 480 pagine si legge che l’intelligence americana fermo’ la pubblicazione di un reportage da parte di un giornale (uno dei principali degli Stati Uniti) ma non identificato: raccontava di una prigione segreta americana in uno Stato non identificato in cui era detenuto Abu Zubaydah, il primo grande leader di al Qaida catturato dagli Stati Uniti. L’articolo sarebbe dovuto uscire nel novembre 2002.
E’ lo stesso New York Times a riprendere la notizia e a rivelare che il nome non identificato fa riferimento al quotidiano di New York. La Cia, non appena saputo che il quotidiano era a conoscenza della prigione, insieme all’amministrazione Bush abbia chiesto al quotidiano di non pubblicare l’articolo. Il giornale accetto’ e poi la prigione fu chiusa. Nel dicembre 2003 il quotidiano di New York alla fine rese noto che gli Stati Uniti avevano una prigione in Thailandia dove tra i detenuti c’erano Abu Zubaydah e Ramzi bin al-Shibh. Entrambi furono spostati.


   

 

 

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