La nuova Nato non nasce ad Ankara

Rutte, Trump, Erdogan

La Nato non ha nulla da dire di nuovo né verso sé stessa né tantomeno, verso il proprio futuro

di Giuseppe Romeo – Un Vertice atteso ma non troppo. Un Vertice chiarificatore ma si tratta di comprendere su cosa, considerato che al momento, anzi, subito dopo, sembrava che si discutesse sull’ovvio vestito di un nulla di fatto circa le possibili soluzioni alle crisi che rischiano di trascinare nel fondo di un buco nero Europa e Stati Uniti.

Certo, al netto dei Daddy di circostanza profusi nel tempo come hashtag dal segretario della Nato verso il buon Trump, ognuno ha giocato le carte del buon alleato, pronto a superare limiti di spesa e a riarmare arsenali già vuoti e difficilmente colmabili per assenza non solo di un procurement definito, ma di una dottrina di impiego delle forze e dei sistemi. Sistemi, che senza l’alleato principe, ovvero l’irriverente Donald, nessuna capacità militare risolutiva, ammesso che l’opzione nucleare possa esserlo, può essere considerata senza l’accordo di Washington.

E’ evidente che, di fronte a un attento e molto prudente Erdogan, molto più preso dal come gestire un rilancio della Turchia in Medio Oriente, i volenterosi di ieri e di oggi reagiscono come meglio possono e credono: intanto individuando apertamente minaccia e nemico. Ovvero, indicando in Mosca il pericolo alla sicurezza continentale quasi a riprendere vecchie posizioni tipiche di una Guerra Fredda mai superata.

Insomma, in un clima in cui si rinnovano le promesse a Kiev e le minacce a Mosca senza considerare l’altalenarsi delle farse diplomatiche sull’Iran, la Nato non ha nulla da dire di nuovo né verso sé stessa né tantomeno, verso il proprio futuro. Si è solo visto un susseguirsi di recite di circostanza e promesse d’occasione per sperare in un Trump più accondiscendente, magari accontentandolo con nuove soglie di burden sharing per gli alleati pronti ad acquistare sistemi d’arma e tecnologia a stelle e strisce.

Ma non solo. Anche la cessione di licenze, di certo non a titolo gratuito, a Kiev per poter costruire missili Patriot sembra rappresentare una sorta di sostegno ad un Paese che forse, sin dall’inizio della crisi con la Russia avrebbe dovuto assumere posizioni e condurre politiche di vicinato che dovevano tener conto delle prossimità russe.

Ma è comprensibile che le lusinghe di ciò che rimane di un’idea di ridimensionamento della Russia, tipiche di una visione americana da ultimo giorno, ovvero neocon, non avrebbero visto accettare promesse che gli stessi Stati Uniti alla fine non hanno mantenuto. Questo, mentre l’Unione europea si è costruita una narrazione irredentista mutuata da Kiev non potendo assumere un ruolo centrale in una contrattazione che non fa gioco agli interessi di chi con la guerra fa affari.

Alla fine, insomma, ciò che si butta nuovamente nel cestino della storia è il ruolo e l’esperienza storica, per quanto drammatica, di una Russia di cui si vuole cancellare la storia, il suo essere un attore geopolitico, la cultura e l’arte. Vittime, queste ultime, di un giudizio politico che fa cadere le colpe di una leadership sul diritto di un popolo di esprimersi senza dover essere strumento di ritorsione di peccati altrui.

Il Vertice Nato avrebbe dovuto iscrivere all’ordine del giorno l’urgenza di aprire un tavolo di confronto sul destino dell’Ucraina e dei popoli russofoni quale condizione da cui partire per costruire una nuova Nato. Un nuovo spazio euroatlantico che collochi al centro di ogni possibile cooperazione quella dimensione continentale della difesa e sicurezza che, oggi, sembra essere giunta al suo orizzonte degli eventi. Cioè, pronta a superare il limite del rischio possibile per sprofondare in un nuovo buco nero dell’intransigenza, del riarmo fine a se stesso, della minaccia e della fine di ogni diplomazia del compromesso credendo che alzando i toni dello scontro ciò potrebbe chiudere la partita a favore se non dell’altro (la Russia) neanche dell’uno (l’Europa atlantica).

Già nel 1836, in un libretto dal titolo Russia, Richard Cobden, liberale, industriale britannico e saggista, in un momento nel quale il Regno Unito doveva fare i conti con il suo espansionismo e con la presenza di vecchi competitor nelle latitudini asiatiche, prim’ancora della guerra di Crimea, non fece altro che sottolineare nella “a cure for the russo-phobia” il fatto che l’isteria antirussa del momento, ovvero la russofobia, la minaccia di un espansionismo russo in latitudini di interesse di Londra, fosse in fondo non legata a ragioni di carattere pratico. Essa si presentava, al contrario, come uno strumento per giustificare le spese militari inglesi. Cobden la definì “Ipocrisia imperiale” dal momento che l’impero inglese era tre volte superiore per territori conquistati all’impero russo al massimo della sua espansione.

Insomma, pur guardando al passato e alle ragioni di una storia vissuta dai popoli come dramma nelle conquiste quanto nelle persecuzioni od occupazioni, di cui se furono vittime i baltici lo furono anche i russi tanto quanto i polacchi, è evidente che l’unica via d’uscita da queste e da prossime crisi future è il far maturare la consapevolezza che la sicurezza continentale non può realizzarsi attraverso la sopravvivenza di una necessità di vendetta storica. Un sentimento e una necessità non presenti ad Ankara e lontano dal pensiero di leader miopi, che disconoscono gli stessi passaggi fondamentali che hanno contrassegnato la fine di una Guerra Fredda.

Dalla Carta di Parigi per una nuova Europa firmata nel 1990 in ambito CSCE (Conferenza per la Sicurezza e Cooperazione in Europa che dal 1994 sarebbe diventata Organizzazione – OSCE) all’accordo fondamentale del maggio 1997 tra Federazione russa e Nato, le occasioni per superare egoismi di parte e riconoscere diritti alle minoranze senza doppi standard avrebbero dovuto andare ben oltre il senso di una vittoria senza vincitori.

Il vertice di Ankara, insomma, non ha aggiunto nulla a quanto già visto e ascoltato se non promesse di riarmo e possibilità di una Russia sconfitta, definitivamente emarginata dai destini dell’Europa. Una sorta di guerra promessa che tenderebbe a cancellare cultura e tradizioni per trasformare la vittoria in una estromissione dalla storia di tutto ciò che è russo, europeo e orientale nello stesso tempo. La sicurezza continentale rappresenta un valore indivisibile e non può esser frammentato o barattato con ambizioni di potenza militare o economica altrui.

Con questo non si tratta di buttare via la Nato o aspettare che sia Trump a deciderne il futuro. Significa, al contrario, definire nuovi termini di relazioni e nuovi rapporti paritari che tengano conto delle ragioni di chi vive il continente con le sue aspettative, le sue ambizioni e le opportunità che offre anche agli altri. Alzare nuovi muri o credere che una risposta militare assicuri una pace per differenza da deterrenza sembra più essere una sorta di filosofia o di religione cui credere, ma di certo non si traduce in un risultato pratico: comprensibile, ragionevole per le parti e misurabile. Perché, come ricordava un celebre stratega, “tutto si configura diversamente quando passiamo dal regno delle astrazioni a quello della realtà”. E perché, in fondo, come ricordava Cobden, alla fine “l’acerrimo nemico diventa amico se ci fai buoni affari”.

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