Di anno record in anno record, continua la vertiginosa impennata degli utili netti delle banche italiane
Nel 2025 si sono attestati intorno ai 47,5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 46,5 miliardi del 2024 e ai 40,6 miliardi del 2023. Lo evidenzia un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo cui le imposte versate dagli istituti creditizi sono ammontate a 9,1 miliardi con un’aliquota media del 19,2%, diminuita di cinque punti percentuali rispetto ai dodici mesi precedenti. I ricavi del settore hanno toccato la soglia dei 110,2 miliardi.
Il quinquennio d’oro per le banche italiane
È ormai evidente, a cinque anni di distanza, che il periodo di estrema flessione durante la pandemia Covid sia stata una molla che ha fatto schizzare in alto gli utili delle banche. Già dal 2022 infatti – e ancor di più dal 2023 in poi – hanno iniziato a toccare quote prima non pensabili. Secondo il Centro studi di Unimpresa, nel quinquennio 2021-2025 il sistema bancario italiano ha cumulato ricavi per 493,8 miliardi di euro, utili netti per 176,5 miliardi e imposte per 35,1 miliardi, con un tax rate medio del 19,9%. Numeri non paragonabili alla situazione pre-pandemica.
Nel 2018 i ricavi sono stati a 82,3 miliardi, l’utile netto a 15,1 miliardi e le imposte a 2,1 miliardi con una aliquota del 13,6%. Nel 2019 l’utile è salito a 15,8 miliardi con imposte a 4,5 miliardi e tax rate al 28,2%. Il 2020 ha registrato un utile netto di 2,2 miliardi, il minimo del periodo.
Unimpresa: “Bene la tassa sugli extraprofitti”
Di fronte a utili molto elevati, soprattutto negli anni caratterizzati dall’aumento dei tassi d’interesse, il governo di Giorgia Meloni è intervenuto con misure mirate che hanno consentito di rafforzare il contributo delle banche ai conti pubblici senza compromettere la solidità patrimoniale degli istituti e la loro capacità di finanziare famiglie e imprese. È una linea che giudichiamo corretta e coerente”. Questo il commento, più che positivo, del vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora, in merito alla cosiddetta “tassa sugli extraprofitti”. Termine con cui si intendono proprio quegli utili record realizzati dagli istituti di credito grazie a condizioni di mercato eccezionalmente favorevoli (per loro) come l’aumento dei tassi di interesse stabilito dalla Bce nei periodi di crisi.
“Negli ultimi otto anni le banche hanno accumulato oltre 209 miliardi di utili netti, versando al fisco 43 miliardi di euro, con un tax rate medio del 20,5%”, ha continuato Spadafora. Un livello di imposizione significativamente più basso rispetto a quello sostenuto da gran parte delle imprese italiane. Per Spadafora è dunque “corretto che una quota dei profitti straordinari realizzati negli anni della crescita dei tassi d’interesse contribuisca al finanziamento delle priorità del Paese e al sostegno dell’economia reale”.
Come guadagnano le banche: tra interessi e commissioni
Le entrate record degli ultimi anni hanno due principali fautori: il margine di interesse e il margine di commissioni. Il margine di interesse è legato all’attività di intermediazione creditizia. In poche parole, le banche guadagnano sulla differenza tra gli interessi che incassano quando prestano denaro (mutui, finanziamenti, prestiti alle imprese) e quelli che pagano ai clienti sui depositi. Una differenza che si è allargata con la decisione della Banca centrale europea di alzare i tassi d’interesse deciso dalla Banca Centrale Europea. Le banche hanno aumentato velocemente il costo del denaro prestato, incrementando invece molto più lentamente la remunerazione sui conti correnti dei risparmiatori. Il margine di commissioni, invece, deriva dai servizi finanziari accessori: gestione del risparmio, fondi comuni d’investimento, polizze assicurative, bonifici, carte di credito e canoni per la tenuta dei conti correnti.

