Piacenza, macedone uccide la moglie. Procuratrice: “non è femminicidio, ma sofferenza”

La donna è stata uccisa a coltellate con particolare «incisività nella zona della gola»

«Non è corretto inquadrarlo come un femminicidio perché questo è un atto maturato in una situazione di vera e propria disperazione famigliare nella quale abbiamo riscontrato comportamenti disturbanti e disturbati da parte della vittima connessi anche alla morte del figlio 25enne nel 2020. Non vi è nessuna volontà di prevaricazione, discriminazione o odio del marito verso la moglie in quanto donna (condizioni dirimente per la contestazione di femminicidio, nda) ma solo tanta, tanta sofferenza». È in sintesi quanto dichiarato dal procuratore Grazia Pradella circa l’omicidio di Milena Vitanova avvenuto per mano del marito, Hako Vitanov ad oggi alle Novate.

Il procuratore ha spiegato infatti il contesto famigliare nel quale è maturato l’omicidio della donna: «Nel 2018 la vittima era affetta da una grave forma di depressione a cui si era aggiunto l’abuso di alcol. Queste due circostanze hanno l’hanno portata ad avere comportamenti molto aggressivi e continui nei confronti dei figli e del marito. Nel 2020 aveva subìto un procedimento penale per maltrattamenti aggravati, poi la violenta morte del figlio aveva fatto precipitare la situazione. Era stata presa in cura e si era anche allontanata da casa per poter guarire dalla dipendenza da sostanze alcoliche. Le cose erano un po’ migliorate (era stata assolta nel 2023) ma permanevano condizioni psicologiche molto difficili: anche per questo aveva continuato cure e controlli terminati però a marzo 2026».

«Siamo di fronte – ha proseguito – a una situazione intrisa di aspetti umani molto particolari nel contempo connotati da dolore e disperazione», ha aggiunto. Venerdì scorso nel pomeriggio si sarebbe verificato l’ennesimo episodio di aggressione verbale di lei verso il marito al rientro dei figli che sentendo le urla della mamma si sono chiusi in camera. A quel punto Vitanov avrebbe detto loro di uscire verosimilmente per non assistere all’ennesima lite. Di lì a poco, però le coltellate: tuttavia ad oggi gli inquirenti non hanno elementi per contestare la premeditazione dell’atto finale innestato in una situazione già ampiamente compromessa.

Giova ricordare che la fattispecie autonoma del reato di femminicidio rispetto all’omicidio è stata inserita nel codice penale all’articolo 577-bis con la legge n.181 del 2 dicembre 2025. Il nuovo articolo stabilisce che “chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell’ergastolo”. Se l’omicidio della moglie invece non rientra nella definizione specifica di femminicidio, si applica l’aggravante dell’omicidio contro il coniuge, che comporta comunque la pena dell’ergastolo e l’impossibilità di accedere ad un rito alternativo. Ed è questa la situazione di Hako Vitanov.

L’uomo – incensurato – dopo averla uccisa, ha chiamato il 112 auto denunciandosi e poi si è precipitato sulla tomba del figlio dove ha tentato di togliersi la vita. All’arrivo dei carabinieri non ha opposto resistenza. Il fermo e la custodia cautelare in carcere sono stati convalidati dal gip al termine dell’interrogatorio di garanzia durante il quale l’uomo – difeso dagli avvocati Lara Guglielmetti e Stefano Sarchi – si è avvalso della facoltà di non rispondere. Nella giornata dell’11 maggio all’istituto di Medicina Legale di Pavia si è svolta l’autopsia sul corpo della donna: ha riportato svariate ferite da arma da taglio (il coltello usato era accanto al cadavere) con particolare «incisività nella zona della gola».

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