di Giuseppe Romeo – In un mondo che vede gli Stati Uniti tentare nuovamente di riprendere il largo – cercando di superare difficoltĂ geopolitiche di ampio respiro che hanno determinato una compressione delle capacitĂ di mantenere rendite strategiche ed economiche da supremazia d’altri tempi – l’ombra di Henry Kissinger è ancora oggi non solo presente ma diventa un monito per Washington e un esempio per il resto del mondo.
Non a caso, in tempi non certo sospetti, l’ex segretario di Stato di Nixon, in piena competizione con l’Unione Sovietica di Breznev nella corsa alla supremazia nucleare e di fronte al disastro del Vietnam, decolonizzazione durante, non mancò di offrire una sua riflessione che ha un suo contenuto: «It may be dangerous to be America’s enemy, but to be America’s friend is fatal». Ovvero, «Essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici può essere fatale». Una frase che sintetizza come l’alleanza con gli Stati Uniti, non garantisce protezione assoluta poiché subordinata agli interessi strategici di Washington. Una lezione mai appresa dagli europei.
Una frase pronunciata da un Henry Kissinger – uno dei migliori rappresentanti di una diplomazia cinica, per quanto realistica – e che ben esprime il modo di interpretare le relazioni diplomatiche con quel resto del mondo che è ben lontano dalla Nuova Gerusalemme. Una citazione che evidenziava ieri, e avrebbe dovuto ricordare oggi, quanto, al netto delle declinazioni liberali, resiste una visione cinica e realistica delle relazioni internazionali che domina lo spettro di ciò che resta di una diplomazia americana caduta in basso. Sprofondata nell’indistinto di una dolosa misconoscenza se non caratterizzata da supponenza nell’affidare i destini degli Stati Uniti e del resto del mondo a figure imbarazzanti, legittimate solo dal legame di parentela con il Presidente, non certo orientate da una chiara visione degli stessi interessi strategici americani che non sembrano perfettamente allineati alla possibilitĂ che gli scenari prossimi potranno offrire negli anni a venire.
Una mancanza di prospettiva, nascosta da un’assenza di chiarezza di idee che vede Washington dover andare dietro alle scelte di Israele, o credere che il crollo della Federazione russa o l’annichilimento della Cina possa ancora ritenere credibili le ambizioni neoconservatrici disegnando nuove traiettorie a stelle e strisce, riposizionando gli Stati Uniti al vertice di un mondo diventato troppo complesso e complicato. Una grande potenza, questa, che si accolla le intemperanze di un Netanyahu che fa della guerra all’Iran il motivo della sua sopravvivenza politica.
Un argomento che, per il leader israeliano, sembra avere più valore della stessa sopravvivenza di Israele secondo quel monito tragico del “muoia Sansone con tutti i filistei”. Una prospettiva apocalittica, per la quale sembra giocarsi il confronto tra un Messia ebraico non ancora giunto e un al-Mahdi non pervenuto. E tutto questo, non avendo ancora compreso, gli Stati Uniti, che l’azzardo nella sfida alla Russia tramite l’Ucraina sia stata una scommessa persa come potenza globale anche se i costi sono stati accollati all’Unione europea: altro gigante d’argilla che stenta a evitare la caduta in un nanismo geopolitico senza precedenti.
Ed ecco, allora, che le stesse frasi ad effetto di Trump rappresentano il come e il perché le scelte si pagano al di là delle proprie convinzioni andando oltre la percezione dell’altro sepolta da quella di un sé narcisistico sia in termini economici che politico-strategici. Dall’«abbiamo vinto» allo «stiamo massacrando l’Iran», al fatto che «se il prezzo del greggio sale allora gli Stati Uniti ci guadagnano», sembrano happening di circostanza che, oltre a rispondere a una visione paranoide della politica estera degli Stati Uniti e di una Amministrazione votata al suicidio politico ed economico, diventano una celebrazione della violenza quale metodo e non come crimine.
Inoltre, la stessa richiesta di poter contare sul greggio russo, dal momento che la Federazione russa non è parte dell’Opec, dimostra quanto sia fragile l’idea di poter condurre nel tempo un’operazione militare contro l’Iran senza considerare la capacità di resistenza di Teheran. L’idea di poter sostenere nel tempo una guerra senza una pianificazione concreta e senza l’individuazione di obiettivi concreti e misurabili nel tempo, condanna gli Stati Uniti all’impasse e favorisce la strategia dell’Iran per il quale non è importante vincere ma è decisivo il non perdere. Ma non solo.
In questo caos militare che vede la condotta delle operazioni militari svolgersi su piani diversi e senza un coordinamento negli obiettivi da conseguire dimostra quanto l’assunto di Clausewitz per il quale «i piani militari che non prevedono l’imprevisto sono destinati al disastro» dimostra che la storia ha un suo presente. E, questo, ricordato anche da un attento Andrew Latham nel suo A Shattered Iran Would Be a Nightmare for the Middle East (pubblicato su http://www.19fortyfive.com), per il quale nella guerra di Trump vi sono visibili conseguenze imprevedibili. Ovvero, che un’assenza di regime change credibile e una ingovernabilità dell’Iran determinerebbero, paradossalmente, una catastrofe geopolitica, e geoeconomica difficilmente componibile nel medio termine.
Tutto questo, insomma, sembra riprendere quanto negli anni Sessanta del Novecento, Richard Hofstadter, nel suo The Paranoid Style in American Policy, riusciva a descrivere una nazione la cui storia si svolge su complottismi e paure del nemico dietro l’angolo. Ovvero, risultato di quella minaccia persistente alla Nazione della Provvidenza che diventa sfida e ragione della sua indispensabilità storica. In questo modo, però, si esprime negli anni un’azione politica subordinata a una compulsività strategica ai limiti della schizofrenia. E, questo, perché, nella guerra contro l’Iran si osserva un crollo della potenza relativa degli Stati Uniti il cui unico scopo è scaricare, dopo i costi del conflitto russo-ucraino, sull’Unione europea anche la frustrazione geopolitica di una incapacità di pianificazione e di condotta, oltre che di indipendenza nella valutazione degli effetti.
Un’azione politica che in momenti di difficoltà sembra scaricare le proprie tensioni e paure del fallimento proprio sugli alleati come nel chiedere l’intervento della Nato, quindi dei Paesi europei, a rimediare al caos organizzato da una condotta improvvida, decisa in proprio e non certo condivisa. Ed ecco perché, ancora una volta, sembra che la lezione della storia rimanga sempre la stessa. E, cioè, che ogni conflitto, ogni decisione militare non sia altro che il risultato di una tragica comedy of errors (commedia degli equivoci) che di “epico” ha ben poco.

