Nella causa per diffamazione al tribunale civile di Firenze, Matteo Renzi ha perso in appello contro il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio
“Tutti gli articoli denunciati dal senatore Matteo Renzi come diffamatori sono pacificamente espressione di critica politica anche sub specie di satira politica” e “mai è stata allegata la falsità dei fatti di cronaca a cui essi fanno riferimento”. Anche così i giudici della Corte d’appello hanno accolto il ricorso presentato dalla società editoriale Il Fatto spa e del direttore del quotidiano Marco Travaglio contro la sentenza del tribunale di Firenze che nell’ottobre 2023, in primo grado, li aveva condannati a pagare un risarcimento di 80mila euro oltre alle spese legali.
Il senatore fiorentino, ex presidente del Consiglio, lamentava una “diffamazione progressiva” attuata con la pubblicazione di “ben 700 editoriali e circa 600 rubriche denominate ‘Ma mi faccia il piacere’ in cui egli era sistematicamente appellato con epiteti offensivi e denigratori quali bullo, cazzaro, ducetto, mollusco, disperato, caso umano, mitomane, stalker, cozza”.
“Metafora satirica”
In particolare, a proposito degli articoli ritenuti dal tribunale integranti il reato di diffamazione aggravata dal mezzo della stampa, editoriali e titoli in prima pagina, i giudici non hanno ravvisato alcun carattere illecito. “L’utilizzo della metafora – si legge ad esempio a proposito degli epiteti ‘il mollusco di Rignano’ o ‘Matteo la cozza’ – è in chiave volutamente satirica e così il linguaggio adoperato, che tuttavia non realizza un’aggressione gratuita e distruttiva della reputazione del personaggio pubblico, ma è funzionale alla manifestazione di un dissenso politico”. Anche la reiterazione del termine ‘bullo’ da parte del quotidiano, “costituisce legittima estrinsecazione del diritto di critica”.
Infine, per quanto riguarda la campagna diffamatoria contestata dal senatore, con riferimento per esempio al caso Consip o al caso Open, “si tratta di indagini tutte di interesse pubblico dove mai si afferma o si ingenera nel lettore la convinzione di un coinvolgimento del senatore nei fatti penali ma, solo, si sottolinea la relazione intercorrente tra il medesimo e quei fatti o soggetti indagati”.
“Solita vena satirica e dissacratoria”
“Certo – è scritto ancora nella sentenza – i toni del quotidiano sono sempre fortemente critici, pungenti e caratterizzati dalla solita vena satirica e dissacratoria, che è la cifra stilistica del giornale e in particolare del suo direttore (…), ma ciò costituisce espressione della libertà di informazione garantita dall’art. 21 della Costituzione e dall’articolo 10 della Cedu, che per attuarsi appieno necessita anche del pluralismo democratico delle testate giornalistiche”.
Le spese da pagare
Matteo Renzi aveva chiesto mezzo milione di euro di danni morali, esistenziali, patrimoniali e non patrimoniali. Ma la quarta sezione civile della Corte d’appello di Firenze gli ha dato torto. Ora il senatore dovrà pagare al Fatto Quotidiano 98.021,65 euro più 5.564,41 euro di interessi legali, per un totale di 103.586,06, ai quali vanno aggiunte le spese legali per 122.088,36 euro. Il totale è di 225.674,42 euro.
Cozza o mollusco
Nella sentenza d’appello, i giudici del tribunale civile di Firenze hanno detto che gli articoli “esercitavano una critica politica, sia pur feroce e dissacratoria, nei confronti del senatore Renzi, all’indomani della nascita del suo partito ‘Italia Viva’ destinato, secondo il giudizio soggettivo dell’autore, a tradire la sua vocazione di ‘rottamatore’ e invece ad attrarre nella formazione politica neonata i peggiori fuoriusciti da altri schieramenti”. Da qui, continua la sentenza, “l’accostamento alla cozza (o mollusco) quale microrganismo avente la funzione nell’ecosistema di assorbire sostanze tossiche e trattenerle”.
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