L’Unione europea ha fatto una scelta irresponsabile, ma in linea con gli interessi delle grandi lobby dell’agroalimentare che da sempre controllano il mercato sudamericano
di Giuseppe Romeo – Intanto, prim’ancora di definire in termini concreti e giuridici il trattato, aveva giĂ reso unico il capitolo di bilancio relativo al Fondo Europeo Agricolo di Garanzia (FEAGA, ex FEOGA) strumento fondamentale per la PAC (Politica Agricola Comune) cui si aggiunge il Fondo Europeo per gli Affari Marittimi, la Pesca e l’Acquacoltura (FEAMPA), il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e il Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+). Una scelta che dovrebbe promuovere una sorta di razionalizzazione degli strumenti di finanziamento di settori economici e sociali fondamentali per l’economia di un’Unione europea che ha visto nel tempo assottigliarsi la sua competitivitĂ industriale e tecnologica per effetto di politiche di deindustrializzazione e di delocalizzazione portate avanti a vantaggio della dimensione tecnofinanziaria assunta dopo il 2001.
Una razionalizzazione che avviene all’interno del PNRF, ovvero del Fondo di Partenariato Nazionale e Regionale. Una scelta che viene giustificata dalla Commissione europea come una migliore formula di gestione delle risorse cui si collega, per l’attuazione, un ulteriore Piano a capo degli Stati membri, il Piano di Partenariato Nazionale e Regionale (PPNR) che, sostituendo piani strategici relativi alla Politica agricola comune, dovrebbe garantire migliore aderenza in fase di attuazione decentrata. Piano che, dovendo tener conto delle previsioni di spesa e pur presentando il PNFR degli stanziamenti di settore, annullerebbe di fatto le specificità dei diversi settori di intervento costringendo ogni singolo destinatario responsabile della ripartizione a scegliere su chi, come e in che misura, investire più in un settore che negli altri.
L’idea alla base, in termini formali, è quella di ricondurre ogni azione relativa agli ambiti di utilizzo dei fondi a politiche coordinate per i vari settori produttivi, che tengano anche conto della necessità di uniformarsi agli obiettivi generali dell’Unione in termini di coesione e di green economy. Tuttavia, come sempre accade, al di là delle buone intenzioni di facciata, i conti si fanno sulla valutazione pratica. In realtà , riconducendo strumenti diversi in un unico piano si rischia non solo di peccare di coerenza ma, in particolar modo, di creare motivi di conflitto tra i destinatari vista la diversa natura dei soggetti e le altrettanto diverse finalità , seppur solo strumentalmente considerate affini.
Non c’è dubbio che una migliore azione in termini di sviluppo agricolo e di mercato può incidere su una migliore coesione e su assetti di governance che possono migliorare la qualità della vita dei cittadini europei. Ma è altrettanto vero che la specificità dei settori non sempre coniuga interessi di carattere politico con quelli economici dovendo tener conto delle condizioni dei mercati e delle esigenze delle categorie produttive. In altre parole, una simile scelta non fa altro che sovrapporre se non far entrare anche in chiara competizione le richieste tra agricoltori e gli enti locali, entrambi costretti a pescare nello stesso capitolo, e poco importa se vengono delimitati i settori ex post, creando situazioni di conflitto future tra categorie e enti molto diversi tra loro.
Accorpare in un unico Piano, in fondo un capitolo, insomma alla fine è tutt’altro che una scelta di razionalizzazione perchĂ© il risultato che si vuole ottenere è contrarre complessivamente risorse destinate alle politiche locali e alle politiche produttive per impegnare il resto a qualcosa di piĂą prioritario. E cosa c’è di piĂą prioritario se non il Readiness 2030 (il nuovo nome del Rearm-EU)? In quest’ottica, a ben guardare e a pensar male, vi rientra anche l’’accordo con il Mercosur. Non una novitĂ , in fondo, perchĂ© l’Unione europea – seppur in termini e con presupposti diversi e con uno sguardo attento alla reciprocitĂ derivata da una tradizione ed esperienza importante ereditata dalla ComunitĂ europea con gli accordi ACP (Africa-Caraibi-Pacifico) – ci aveva giĂ provato nel 1999.
Oggi, però, a condizioni politiche date e di fronte a una UE tecnocraticamente più attenta ai risultati finanziari che non a quelli commerciali, l’accordo con i Paesi dell’America Latina assume un significato molto diverso. Ovvero, a garantire all’Unione, impegnata nella scelta di investire in armi, di poter contare su un mercato di approvvigionamento di prodotti agroalimentari considerato il rischio di una diminuzione di produzione agricola nello spazio UE per effetto della necessità di orientare gli sforzi sui programmi di difesa.
In ogni caso, restando fermi alle condizioni e al netto delle previsioni di contingentare alcune delle merci sottoposte a una libera commercializzazione tra le due parti, l’accordo rappresenta uno strumento che di fatto – e poco importa quanto sia stato dichiarato e in condizioni di forte sofferenza commerciale di un’Europa che si è affidata piĂą all’agricoltura che all’industria – marginalizzerĂ man mano la produzione agricola e gli allevamenti europei spacciando la nuova area di libero mercato come vantaggiosa per i costi di importazione.
Tutto questo, in assenza di condizioni di reciprocità che avrebbero dovuto meglio consigliare l’UE e, soprattutto, in fase di negoziato, tener conto che se per Paesi dell’Unione a scarsa vocazione agricola essere importatori netti di prodotti agroalimentari è parte delle loro previsioni economiche, ciò non può essere un vantaggio per un Paese come l’Italia. Un Paese, l’Italia, dove il settore primario e tutto ciò che vi ruota attorno non può essere più di quanto non lo sia già diventato un importatore netto, anziché un produttore/esportatore di prodotti agroalimentari verso altre destinazioni: Est Europa, Russia, Cina, e continente americano se non anche alcune esportazioni verso l’Estremo oriente.
Non c’era bisogno di un accordo per giustificare il fatto che già dal 2018 l’Italia è un importatore netto di prodotti agroalimentari provenienti da Paesi membri del Mercosur con un saldo negativo per noi dato dal fatto che già da allora le importazioni agroalimentari in Italia dal Mercosur avevano raggiunto quasi due miliardi di euro, mentre le esportazioni si sono fermate a poco meno di 270 milioni di euro, con un deficit della bilancia agroalimentare di più di 1,5 miliardi di euro. Una tendenza che è continuata nel tempo senza veder capovolgere i termini del saldo commerciale e mutare le provenienze dei prodotti a scaffale.
Ma non basta. Vi è anche la questione dell’assenza di disciplinari di sicurezza rinviati ad altro momento, nonostante l’accordo si esprima molto enfaticamente sul mantenimento e garanzia di standard di sicurezza e di qualità dei prodotti, come si preoccupa delle condizioni dei lavoratori. Come dire, che alla fine l’UE si dovrebbe anche sobbarcare una finalità di filantropismo commerciale e sociale di cui non si vedono i termini concreti di realizzazione a condizioni geopolitiche date.
Insomma, proprio in un momento di forte difficoltĂ economica l’Unione europea – che non solo ha abbandonato la sua vocazione industriale, che non solo ha fatto della dipendenza energetica il vincolo principale per il suo futuro – crede di poter incidere su un mercato come quello dell’America Latina in un momento in cui stabilitĂ e credibilitĂ delle leadership d’oltreoceano consiglierebbero maggior precauzione. L’assenza di previsioni non solo a garanzia della salute del consumatore europeo ma anche di un disciplinare di qualitĂ che invece sono stati richiesti per decenni agli agricoltori europei cui si sono scaricati i costi di adeguamento, oltre alla insostenibilitĂ di poter offrire pari prodotti a prezzi inferiori, alla fine farĂ sì che nei prossimi anni si abbatterĂ progressivamente ogni interesse a produrre da parte degli agricoltori e allevatori europei, italiani e francesi in particolare.
In sostanza, si comprende come la UE ormai tratta con la grande distribuzione e ritiene prioritario, per i prossimi anni, piĂą che la difesa e rilancio delle produzioni agricole, la riconversione industriale ad esempio della Germania e delle imprese collegate al mercato delle armi. D’altra parte, dopo aver rinunciato all’export dell’agroalimentare verso la Russia e dopo aver abbandonato l’agricoltura a se stessa oggi, Venezuela nonostante, e credendo nella buona fede del presidente argentino o brasiliano e relativi epigoni, si aprono i mercati europei a una concorrenza che giĂ di fatto era presente sugli scaffali della grande distribuzione europea e, nel contempo, si crede o ci si illude di poter vedere aperti a nostro favore mercati sui quali forse gli Stati Uniti, conoscitori delle loro “Officine imperiali”, non staranno certo a guardare dopo aver risolto la questione del petrolio venezuelano, sperando che Trump tolleri questo (e lo tollererĂ sin tanto che le grandi multinazionali della frutta risponderanno a Washington).
Quando c’era la CEE gli accordi ACP (Africa-Caraibi-Pacifico) funzionavano egregiamente perchĂ© si instaurava un regime di import ed export che avvantaggiava le parti e permetteva agli Stati ACP di adottare standard produttivi adeguati per il mercato comunitario (LomĂ© I, II, III, Yaounde’, Cotonou ecc.). Oggi il Mercosur (unico sopravvissuto agli esperimenti del NAFTA tra Stati Uniti, Canada e Messico, oggi rideterminato come USMCA), al discusso partenariato trans-Pacifico, TTP, o al Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, TTPI) è un mercato sovranazionale sudamericano, ma risponde a interessi degli Stati-parte e alle lobby produttive che non sono necessariamente lobby di bandiera. Il risultato è che gli scaffali europei saranno invasi, piĂą di quanto non lo siano giĂ , da prodotti agroalimentari, da carni e altre produzioni provenienti da un altrove produttivo con garanzie di qualitĂ e sicurezza non definite.
Dopo aver deindustrializzato, dopo aver perso la sovranitĂ e l’indipendenza tecnologica, l’UE sceglie questa volta di mettere a rischio la sua sovranitĂ e indipendenza alimentare peraltro, oggi, permettendo anche una pericolosa riduzione delle terre coltivabili cedute alla speculazione dei campi fotovoltaici dalla dubbia resa e dagli alti costi di gestione e manutenzione. E tutto questo perchĂ© sembra sia meglio scegliere cannoni piuttosto che burro.
A questo punto, per restare nella narrazione di casa, un italiano medio dovrebbe chiedersi cosa significhi quel “sovranitĂ alimentare” aggiunto alla denominazione di un Ministero se non rappresentare un disarmante ossimoro. E questo, dal momento che, in barba all’idea di sovranitĂ alimentare, l’Italia ha votato a favore dell’accordo. Ci si chiede, allora, se la cucina italiana sia tale solo per i piatti in sĂ© o anche per degli ingredienti che dovrebbero essere garantiti all’origine. Ma, ancora peggio, al netto delle rimostranze delle associazioni di categoria del Nord, meglio organizzate e piĂą capaci di assorbirne i contraccolpi, è evidente che il danno lo subiranno anche le aziende del Sud sulle quali pesa il fatto di essere prevalentemente quelle che maggiormente rappresentano una capacitĂ produttiva e di mercato, oltre che di occupazione, fortemente legata se non quasi esclusivamente, al settore agroalimentare.
Ed è a dir poco singolare che a votare a favore dell’accorpamento dei fondi per l’agricoltura e la coesione prima e a dimostrarsi politicamente favorevoli a tale accordo voluto anche dall’Italia, che ha cambiato idea in corso d’opera, siano stati anche europarlamentari meridionali.
https://giusepperomeo.eu

