“False bandiere” e venti di guerra. Quando il disastro si annuncia da solo

Attacco a Mosca “False bandiere” e venti di guerra

A chi tornava utile un simile atto criminale contro persone riuntesi pacificamente nel vivere un momento di quotidianità serale, foss’anche in Russia?

di Giuseppe Romeo – E’ interessante osservare e leggere come e in che misura in molti cercano di spiegare l’attentato condotto nel sobborgo di Mosca in una serata dedicata a una band i cui fruitori erano, di fatto, il meglio della borghesia moscovita e non solo. Ma, soprattutto, è interessante se non proprio singolare, non trovare ancora oggi, tra esperti ai massimi livelli e analisti da cassetta (se non fosse drammatica la realtà si potrebbe dire da operetta) una risposta utile a una domanda che sarebbe quasi definibile come scontata se non disarmante nel suo significato e nella sua possibile risposta. Insomma, a distanza di pochi giorni e ore dall’affermazione, poco importa il metodo ma molto riguarda i fatti, di un Presidente uscente ci si chiede a chi giova un simile attentato nel cuore della Russia.

Contro un presidente, seppur ritenuto un autocrate come molti altri – ad alcuni dei quali anche il cosiddetto mondo libero non ha fatto mancare il sostegno se utili – verso la cui riconferma non si sono registrati movimenti di piazza o significativi capovolgimenti di equilibri interni al potere in uno Stato che, nel corso della sua storia, non ha certo mancato di disarcionare e giustiziare uno Zar se non, in epoca sovietica, “normalizzare” il vertice di un Partito più e più volte? Una “normalizzazione” di cui ne fece le spese lo stesso Trotsky per mano di Stalin, Malenkov, lo stesso Kruscev, Breznev e anche quel timido Gorbaciov, tradito da un Occidente che in fondo non voleva, in cuor suo, sentir parlare veramente di perestroika e glasnot preferendone un più addomesticabile Eltsin, anche se per pochi anni. Insomma, se Putin non avesse seguito, non essendo la Russia una Corea del Nord, probabilmente non avrebbe potuto cantare vittoria così facilmente illudendosi, costui, che si possa disporre di un controllo senza tempo dell’apparato statale seppur russo, post-sovietico o altre etichette a piacere.

La domanda che ancora oggi buona parte di un’opinione pubblica restìa a dare credito assoluto a versioni e narrazioni che sono sempre state funzionali più alla verità politica che non a quella dei fatti, è sempre la stessa: a chi tornava utile un simile atto criminale contro persone riuntesi pacificamente nel vivere un momento di quotidianità serale foss’anche in Russia? Le risposte sono state tante, come se la corsa fosse quella del giustificarsi prima della verità del dopo. Ogni verità presunta, diretta ad accusare tutte le parti in gioco in una crisi che vede più colpevoli, più compiacenze che non assolvono nessuno, neanche in punta di diritto internazionale nelle sue variazioni americane o del vecchio Jus Publicum Europaeum di cui forse si sentirebbe la nostalgia.

Ora le difficoltà occidentali, a distanza di mesi e a vittorie mancate, nel sostenere una scelta di conflitto surrogato nei confronti di Mosca sono più che evidenti ed è certo che le uniche possibilità di capovolgere il risultato sul campo rimangono solo due, al di fuori di una via negoziale che partirebbe – e non si vedrebbe altra ipotesi fantastica – dalle condizioni delle parti sul terreno. La prima, è quella di un coinvolgimento diretto della NATO nel conflitto, con i costi umani oltre che economici dovuti al non alternativo uso di sistemi d’arma nucleari, non certo trascurabili e a risultato non garantito: cioè, la distruzione della Russia. La seconda, l’ennesimo tentativo di “creare” un fronte interno che possa nuovamente rimettere in discussione la leadership di Putin, quindi, favorire un regime change. Due interpretazioni non certo trovate sulle vie di un romanzo di fantascienza apocalittica.

Vi è poi una terza interpretazione non certo facilmente sostenibile ma comprensibile dal punto di vista americano e atlantico con replica euroconvinta: sostenere che si tratti di una sorta di abile e diabolica strategia messa in campo da Putin o da chi per esso rivolta ad autocolpire la Grande Madre quale risultato di una sorta di idea di autopianificarsi un attentato per dare la colpa ad altri. Una false flag in salsa moscovita, in altri termini, che non meraviglierebbe se si pensasse solo alle derive complottistiche, non certo archiviate nella memoria collettiva, sull’idea di un 11 settembre se non partorito quanto meno utile per l’entourage statunitense di allora per accreditare una ennesima proiezione avanzata degli Stati Uniti sia in Asia Centrale che in Medio Oriente e rafforzare una imbarazzante presidenza come quella di Bush-figlio. Tuttavia, vista in una prospettiva russa, una simile ipotesi potrebbe anche rafforzare la leadership presidenziale confermando Putin come un Presidente di guerra, ma potrebbe, altrettanto, favorire dubbi sulla sua credibilità e tenuta.

Insomma, due ipotesi possibili ma non convenientemente praticabili per chi sembra, il solito Putin, lasciar scegliere ad altri, modi e, purtroppo, mezzi attraverso i quali consolidare il proprio potere. In fondo, siamo seri visto il momento, anche riproporre brand del passato con formule e speranze aggiuntive di credibilità proponendoli al mondo intero come nuove configurazioni di movimenti terroristici, già usi a essere funzionali a strategie creative, con pericolosi azzardi pagati dall’uomo comune, non sembra una buona strada. E, per un motivo: perché la storia del passato e quella recente ha dimostrato e perfettamente insegnato quanto e in che misura siano utili le guerre non lineari combattute surrogatamente attraverso movimenti di contropotere. E, poco importa se a sfondo politico-ideologico o religioso, evitando una esposizione diretta per finalità di egemonia strategica in una regione piuttosto che in un’altra.

In altre parole, sembra molto singolare che una parte di Isis, nella sua reiventata versione tagika o afghana, nel suo voler riconquistare visibilità scelga un obiettivo di fato per l’Islam secondario, anche se utile per l’Occidente, rischiando di apparire poco credibile, per obiettivo e significato, invece di entrare, ad esempio, nel gioco mediorientale e sfruttare a proprio favore la crisi in Palestina e aumentare il proprio consenso nelle comunità dell’Islam più povero e più escluso.

Come si potrà notare, nulla sembra essere cambiato quando si giunge sull’orlo del precipizio della storia o se si raggiunge quell’orizzonte degli eventi che rischiano di non essere più governati. Ecco, allora che proprio il passato torna utile quale suggeritore a pessimi studenti che sembrano popolare un altrove politico senza pratica coscienza non solo di rischi ma almeno delle ipocrisie di alleanze a partito unico. Ad esempio, guardando a un passato non molto lontano – e che potrebbe sottendere la prossima estate come epilogo di un possibile overkill nucleare giusto per celebrare i cannoni di agosto del 1914 – ancora oggi l’Occidente cerca di proporre la Russia come una minaccia per l’umanità; ovvero alla libertà e alla giustizia ritenendo che anche il popolo russo sia una vittima del proprio nuovo zar e della nuova nomenklatura politico-oligarchica se non di un establishment militare poco incline al compromesso.

Nella costruzione di una simile narrazione, che non considera pari esempi voluti e sostenuti da nazioni del mondo libero – si pensi a chi e come e per quali ragioni sostenne il regime change iraniano che esautorò e condannò a morte Mossadeq, favorì la caduta di Nasser, determinò l’abbattimento violento del governo Allende in Cile e ancor prima sostenne l’ascesa del regime dei Colonnelli in Grecia, in Argentina e altri sino ai nostri tempi, America Centrale, Iraq, Afghanistan, Libia – torna in mente quel famoso e controverso «Rapporto Bryce». Un Rapporto scritto per avvalorare, andando oltre la veridicità o meno, le descrizioni e i racconti diffusi sulle atrocità commesse dalle truppe tedesche in Belgio sin dai primi mesi della Grande Guerra durante l’occupazione del Belgio.

Un documento, quest’ultimo, così chiamato dal nome di lord James Bryce, e visto da molti come una delle prime costruzioni enfatiche e drammaticamente dirette a demonizzare un avversario, imputandogli atrocità tali da essere ritenute utili a far converge­re l’opinione pubblica sull’idea di una guerra giusta e necessaria. Un documento commissionato dal primo ministro inglese lord Henry Asquith al Comitato per indagare le voci sulle atrocità in Belgio che resta uno dei primi redatti, se non costruiti, per legit­timare una guerra considerato che essa non era più un affare delle cancellerie, ma di popolo.

Tuttavia, si trattò anche di un aspetto, che anche nel Regno Unito avrebbe trovato voci dissonanti come quella di lord Arthur Ponsonby nel suo Falsehood in War-time. Sull’uso della propaganda in guerra e sulla costruzione delle notizie da parte anche delle potenze dell’Intesa, rivolte ad aumentare il consenso pubblico verso la guerra, Ponsonby identificò il ruolo della propaganda svolto nella Grande Guerra, in termini generali e specifici, ed elencò più di 20 falsità che furono diffuse durante il conflitto. Ponsonby considerò queste falsità come una parte fondamentale del modo in cui lo sforzo bellico fu creato e sostenuto, affermando che senza menzogne non ci sarebbe «no reason and no will for war» (lett. nessuna ragione e nessuna volontà di guerra).

Dalle notizie delle crocifissioni di civili alla pretesa dell’unica responsabilità tedesca del conflitto, sino al mito delle mutilazioni o dell’imperatore Guglielmo II rappresentato come un criminale sanguinario, o la diversa lettura dell’affondamento del Lusitania, l’autore tendeva a porre degli argini alla credulità sulla quale la propaganda di guerra farebbe affidamento, innalzando il livello di odio verso il nemico e giustificando ogni risposta bellica.

Al di là della fondatezza delle descrizioni delle violenze che i tedeschi avrebbero commesso in una guerra condotta senza quartiere contro la popolazione civile, ciò che è interessante è come e in che termini la necessità di coinvolgimento dell’opinione pubblica, e l’importanza del consenso quale strumento di strategia comunicativa, fosse ormai diventata una caratteristica delle nuove guerre chiudendo, definitivamente, ogni residuo, semmai ve ne fossero ancora, di un ordine cavalleresco che si disper­deva nelle tragedie delle trincee.

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Una sorta di insegnamento che sembra però essersi perso nella memoria collettiva europea forse perché datato o perché, probabilmente, la memoria europea ormai è solo di breve termine: pronta consumo. Ma anche se così fosse, si direbbe, che più facilmente raggiungibile provetta di Colin Powell si sia persa ne tempo breve pur avendo sortito un risultato efficace per giustificare una guerra seguendo una lontana tradizione che dall’affondamento del Maine, guerra ispano-americana, all’affondamento del Lusitania, ingresso nella Grande Guerra degli Stati Uniti, sino all’incidente, mai avvenuto, del Golfo del Tonchino, guerra del Vietnam, hanno fatto delle false flag una condizione necessaria per legittimare un conflitto e/o l’abbattimento di un regime e poco importava per le stesse democrazie del mondo libero se fosse popolare o autocratico.

Atrocità, inganno e propaganda sarebbero diventate e lo sono ancor di più oggi, le nuove frontiere della comunicazione bellica – così come l’uso della propaganda di guerra, che nella criminalizzazione del nemico tendeva a favorire la costruzione del consenso nell’opinione pubblica e a giustificare la condotta di future operazioni militari – si trasforma in una particolare necessità di condotta dove nascondere la mano, o cambiarne il gemello sul polsino a sasso lanciato, farebbe tutta la differenza del mondo agli occhi di un’opinione pubblica sempre più anestetizzata.

Detto questo, bisogna oggi chiedersi, visti i molti tamburini pronti a suonare l’avanzata delle prime schiere atlantiche, a chi potrà giovare un conflitto diffuso senza garanzie di un risultato che possa dare un senso al significato di civiltà. Chi trarrebbe una utilità sostenibile in termini di perdite e di conquiste in un confronto che vedrebbe, soprattutto, porsi in discussione quei diversi approcci storici che metterebbero in moto quel senso di martirio esistenziale di Motherland per la Russia – per la cui difesa la vedrebbe giocarsi il tutto per tutto – o quella paura ancestrale di perdere la garanzia della sicurezza da isolamento di quell’Homeland a stelle e strisce sulla quale si è costruita la consapevolezza, e l’ardire, delle scelte neo-imperiali americane; scelte, oggi, molto in sofferenza e, con esse, anche di ciò che resta di un’Europa come mito piuttosto che come attore politico.

L’Isis alla fine, come molte altre sigle costruite, resterà ciò che è: un buon brand creato ad hoc da un buon analista, come molti altri da mettere su prodotti drammatici e crudeli di una politica egemonica condotta senza scrupoli e nascosta dal mantello della democrazia e della civiltà dei diritti. Un brand usato per le circostanze del caso o per alzare prezzi politico-strategici per chi sa di non avere buone chance alternative per definirsi credibile e con la credibilità, magari, battere il suo avversario senza scendere allo stesso livello. Aspetto trascurato, quest’ultimo, e che potrebbe non avere, oggi, possibilità di ritorno.
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