Wuhan e i suoi gemelli: nel mondo 59 laboratori operativi o in via di realizzazione

Wuhan e i suoi gemelli: nel mondo 59 laboratori

di Alessandro Spaventa – Nelle scorse settimane si è riacceso il dibattito sull’origine di Sars-CoV-2 e sul possibile ruolo giocato nella diffusione del virus dall’Istituto di Virologia di Wuhan. Al momento non ci sono dati sufficienti che possano far pendere con decisione la bilancia per l’ipotesi della trasmissione dall’animale all’uomo (zoonosi) o per quella della fuga accidentale del virus dal laboratorio cinese. Ci vorrà tempo perché emergano elementi in grado di suffragare l’una o l’altra tesi. Se mai emergeranno.

Wuhan, 59 laboratori gemelli

Quel che è certo, tuttavia, è che di laboratori come quello di Wuhan ne esistono o sono in costruzione molti altri, almeno 59 secondo un recente rapporto del King’s College di Londra, e non tutti caratterizzati da procedure di sicurezza all’altezza della pericolosità dell’attività svolta.

I laboratori, già attivi o in via di costruzione, sono sparsi in 23 paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Repubblica Ceca, Australia, Corea del Sud, Russia, Bielorussia, Cina, India e, in seguito alle epidemie di Ebola e di febbre dengue, Gabon e Costa d’Avorio. Nella lista ci sono anche le strutture dello Spallanzani di Roma e del Sacco di Milano.

Una ventina di tali laboratori sono stati costruiti nell’ultimo decennio e la maggior parte di quelli operativi sono ubicati all’interno di un centro urbano. Una presenza legata al fatto che per lo più queste strutture sono gestite da istituti sanitari e ospedali, come appunto lo Spallanzani e il Sacco, o da università.

Più pericoloso il microrganismo, più sicuro deve essere il laboratorio

Quello di Wuhan è un laboratorio con il massimo livello di biosicurezza, un cosiddetto BSL-4. La classificazione deriva da quella della pericolosità degli agenti biologici trattati, suddivisi in quattro gruppi caratterizzati da rischio crescente. Più pericoloso è il microrganismo, tanto maggiore deve essere la sicurezza del laboratorio. Così un laboratorio BSL-1, un comune laboratorio universitario, potrà trattare solo agenti biologici di livello 1, microorganismi che hanno poche possibilità di causare malattie nell’uomo. Un laboratorio BSL-4, invece, potrà trattare gli agenti biologici più pericolosi, come il virus dell’Ebola o della febbre emorragica di Marburg.

A ogni livello corrispondono misure e protocolli di sicurezza sempre più stretti e rigidamente codificati in modo tale da ridurre al minimo qualsiasi rischio di fuga o contaminazione. Teoria e pratica però non sempre vanno di pari passo.

laboratorio wuhan

“Incidenti e fughe di laboratorio accadono già ora in numero elevato…”

I BSL-4 conducono ricerca fondamentale nel contrasto delle malattie e dei virus più pericolosi. C’è però crescente preoccupazione sulla loro effettiva sicurezza. A quanto riporta il Global Health Security Index, solo un quarto dei paesi che ospitano tali laboratori ha una capacità elevata di biosicurezza come, ad esempio, quella di Stati Uniti e Regno Unito. La metà, compresa la Cina, è a livello medio e il restante quarto, tra cui il Sud Africa, è a livello basso.

C’è poi la questione del doppio uso della ricerca che, fatta per usi civili, può essere facilmente adattata a fini militari. Una pratica che dovrebbe essere attentamente regolata e controllata, almeno a livello nazionale, e nella maggior parte dei paesi viene invece condotta senza la necessaria supervisione. Infine, c’è il rischio di incedenti, che si verificano in numero sempre maggiore.

«Maggiore il numero di istituti e il numero di individui con accesso ad agenti biologici pericolosi, maggiore il rischio» – ha ricordato al Financial Times Richard Ebright, professore di chimica alla Rutgers Univeristy. «Incidenti e fughe di laboratorio accadono già ora in numero elevato, soprattutto in posti che hanno standard di biosicurezza più bassi. È necessario rafforzare le regole in giro per il mondo».

Un rischio concreto

Il rischio di incidenti è concreto e non solo nei paesi meno attrezzati o con regole meno rigide. Negli Stati Uniti, ad esempio, paese con livelli di biosicurezza elevatissimi, il monitoraggio condotto dal CDC sull’uso di 67 tipi diversi di tossine e sostanze pericolose solo nel 2019 ha registrato 13 casi di sparizione di tali elementi e 219 casi di fuoriuscita accidentale. Il tutto ha avuto come conseguenza accertamenti medici per un migliaio di persone, alcune sottoposte a cure preventive.

Il passato non tranquillizza, il futuro preoccupa

La storia recente è purtroppo piena di incidenti o fughe di agenti patogeni da laboratori di massima sicurezza. Nel 2001 gli attacchi all’antrace che portarono alla morte di cinque persone negli Stati Uniti furono probabilmente realizzati utilizzando materiale proveniente dal laboratorio federale di Fort Detrick.

Nel 2004 l’esposizione accidentale al virus della Sars di due ricercatori dell’Istituto Cinese di Virologia portò al contagio di nove persone e a un decesso. Quindici anni più tardi, nel novembre 2019, oltre 6mila persone sono state infettate dalla brucellosi nel nord-ovest della Cina a seguito di una fuga del batterio da uno stabilimento di vaccini per animali. Incidenti, come ne capitano in molti dei 59 laboratori. Ma che certo contribuiscono a far accogliere con una qualche preoccupazione l’annuncio fatto a maggio dell’avvio di un programma per realizzare altri 25-30 laboratori BSL-3 e uno BSL-4 nella provincia cinese del Guangdong.

Come sottolinea Filippa Lentzos, che ha lavorato allo studio del King’s College di Londra: «ciò a cui abbiamo assistito finora in relazione all’Istituto di Virologia di Wuhan è il caso di un laboratorio che non è aperto e trasparente sul tipo di lavoro che porta avanti. Occorre invece che questo tipo di laboratori lo sia e si confronti con scienziati esterni». Come già detto, tuttavia, teoria e pratica non sempre vanno di pari passo.  https://notizie.tiscali.it

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