Il “Craxi” di Mirko Crocoli, un tuffo nel passato

Quando l’Italia era L’ITALIA!!! …nostalgia canaglia

“NEL NOME DI CRAXI” è il titolo del nuovo volume di Mirko Crocoli

NEL NOME DI CRAXI” è il titolo del nuovo corposo volume di Mirko Crocoli (466 pagine), uscito in questi giorni, edito da Acar (MI) per la sezione “History” e disponibile sulle principali piattaforme online, Amazon in primis. Un pezzo di storia immancabile negli scaffali di casa, soprattutto che per chi ha superato la soglia delle cinquanta primavere. Un’Italia bella, solare, magnetica, frizzante, PROTAGONISTA, prestigiosa e lanciata verso un futuro ricco di speranze che, a “rileggerla” e raccontarla oggidì, fa quasi impressione. Con il senno di poi e vedendo la sconcertante situazione della politica attuale vien da dire (con non poca amarezza): “quanti errori abbiamo commesso!” e “quali Statisti abbiamo perso!!!”.

Ma Crocoli non si è fermato solo ai racconti personali, a farci comprendere perche Craxi e la sua (“la nostra”) Patria erano grandi o a definire – senza esitazione alcuna – l’epilogo finale di quella scellerata vicenda dei primi Novanta “il primo Colpo di Stato della storia Repubblicana di questo sventurato Paese, scritto, coreografato, diretto da mani e menti ben precise e coadiuvato da un giustizialismo forcaiolo, “padre” dell’attuale establishment che ha annientato e ridotto la quarta potenza del mondo a vergogna planetaria”, ma è andato ben oltre. Si è avvalso di un “cast” d’eccezione per rammemorare con affetto e gratitudine lo Statista milanese. Non si è fatto mancare nulla; da Paolo Pillitteri a Gennaro Acquaviva, da Ugo Intini a Claudio Signorile, da Enzo Carra alla magistrata Tiziana Parenti, dai figli di Giulio Andreotti e Gabriele Cagliari al genio (artista prediletto da Bettino) Filippo Panseca fino ai tre Generali Annicchiarico, Cornacchia e Inzerilli (rispettivamente, Sigonella – Moro e Gladio). Un parterre altamente qualificato per un UOMO di governo profetico, lungimirante, preparato e degno di guidare una Nazione grande COM’ERA l’Italia dei momenti d’oro. Anni, come ci spiega bene l’autore nelle righe a seguire, che ha segnato profondamente un’intera generazione, oggi – quanto mai consapevole – di quello che ha realmente perduto.

L’ARTEFICE
(Gli anni più belli del secolo)

Gli anni Ottanta sono stati uno spartiacque fondamentale, una stagione irripetibile e Milano ne fu il volano. La stessa Milano che apre, nella decade precedente, la stagione delle stragi con Piazza Fontana e chiude con il brutale assassinio di Walter Tobagi. La “piccola grande Mela” lancia una sfida al mondo. “La linea 3 avanza”; la promessa di cambiamento parte proprio dalla metropolitana e si allarga ai nuovi centri universitari di Pirelli Bicocca, Bovisa e Ansaldo, al tunnel ferroviario del passante, al polo fieristico al Portello, alla Stazione di Porta Venezia e via cantando. E’ la Milano da bere dell’amaro Ramazzotti di Marco Mignani. La cosiddetta “Rinascita!”. Il capoluogo lombardo vuole lasciarsi alle spalle la violenza dei Settanta e tornare a vivere. Esplode come un’atomica sui cieli tricolore la moda, la voglia di lavorare delle donne, il terziario, l’economia, l’editoria, il turismo, la comunicazione. E’ l’era della deindustrializzazione. Meno operai più servizi. Centomila gli occupati nel campo dello “style”. Diventa, in breve tempo, capitale del design, del gusto e dell’italianità. Parigi e New York guardano sbigottite la sontuosa entrata in scena di Armani, Versace, Krizia, Prada, Trussardi, Valentino, Missoni.

A Miami si spendono ottantamila dollari a puntata per il guardaroba di Don Johnson. I colori pastello e le alte spalline di Gianni e Santo fanno breccia oltreoceano e Michael Mann ne rimane folgorato. I mocassini rigorosamente senza calze. Le cabrio, i disc-jockey, Claudio Cecchetto, Love Boat, le “series” poliziesche, le radio libere e la Tv commerciale, come mai vista prima. La rete pubblica è barbosa. Tutti pugili, tutti reduci dal Vietnam, tutti in pelle, 501, bomberini e stivaloni di “cocco”. Paninari e bauscia lassù, dai polentoni di Piazzetta Liberty e San Babila. Tozzi e Pariolini laggiù, dai terroni di Piazza Barberini.

Ray-Ban, Moncler, Coveri, Stone Island, El Charro, Timberland, Clark, Scott. Una magia. Pura magia. E’ tempo di costruire a ritmo di “Eye in the sky”. Interi quartieri spuntano come funghi, chilometri di campagne inghiottiti dai piani regolatori, nascono le città nelle città, i paesi nei paesi. La politica è quella urlata, dai megafoni. E’ tempo di riscatto. Due auto, anche tre. Il gusto è lavarle con i Duran Duran che escono dai mangianastri e caricano, caricano, caricano. Le ragazzine piangono davanti alla bella Marceau del Tempo delle Mele. L’amore, che brutta bestia. Ma il borsellino coloratissimo di Oleari rimette le cose apposto. E i maschietti? Fumano. Loro fumano. Non le guardano. Che stress. E allora? Mini gonna, smalto, toppini succinti, fuseaux, cotonate e mèches a tutto spiano. Già, le mèches. Che mito quelle ciocche biondastre. Tanto la mamma ci copre e poi stasera c’è Drive In. E le disco? Se ci va il Ministro capellone allora tutto è possibile. Figo! Si parte.
Gruppi di eterni indecisi per ore appoggiati a quelle colonne, fanno i duri. Le hanno finite, quelle colonne. E le fanciulle? A tirarsela. Si, ma tanto è pomeriggio. C’è ancora tempo per cena. Hai voglia. E nevica pure. Fantastico. Niente scuola.

E’ l’Italia dei MIRACOLI. Dei risparmi, delle seconde case, delle ville al mare e della media borghesia. Nasce il culto del “mattone” come bene rifugio e dei collieroni al collo delle Lady impellicciate.
I tedeschi, quei crucchi maledetti, si ricredono. Non solo spaghetti e P38, come Der Spiegel ci aveva etichettato, ma strepitosi successi al “maxi”, nell’aula bunker di Palermo, futuristiche infrastrutture, poli fieristici, rivoluzione urbanistica, teatri, cultura, mostre, grandi firme e rilancio. TIME ci schiaffa in copertina. Titola: MILANO! Siamo sul tetto del mondo. Decollano i rampanti, gli “affamati” di banconote fruscianti, di vivere, di sapere, di godere. Iniziano le libertà; di pensare, di fare, di dire, di “lettera e testamento”.

Nel bel mezzo, in pieno ’85, c’è il Consiglio Europeo. Cribbio, c’è da fare i seri. Tranquilli, ci pensa Bettino, è lui l’Imperatore. Al Castello Sforzesco arrivano tutti, ma proprio tutti, e l’Italia è in prima fila. Oggi ci sbattono nelle retrovie. Che pena!
Michail Gorbaciov ci fa tappa, a Milano, nel 1989, prima di proseguire per la White House. Lo attende niente meno che Reagan, ma prima gli italiani. Roba grossa. La svolta riformista che travolge lo Stivale parte proprio dalla città del Garofano e dalle stanze di Palazzo Marino, sede dell’amministrazione meneghina. Sono tutti socialisti, anche i muri. Ma non i socialisti di De Martino o Nenni. No! Quell’epoca è finita. Sono i giovani e il loro carismatico leader. La coppia del prodigio si pronuncia Tognoli-Pillitteri. Che geni. Sanno governare. L’atmosfera è fluttuante, serafica, vibrante che irradia e infonde un leggiadro senso di benessere. Un’aurea di speranza, sorrisi, voglia di farcela, ad ogni costo.

Il trionfo dell’ottimismo. Sparisce il “Voi”, si dilegua il “Lei”, sale in cattedra il “Tu”.
Lui, l’artefice, il pioniere di tutto questo, è alto, dritto, calvo, di bell’aspetto. Un gigante, un po’ naif. Ha occhiali enormi, di colore amaranto, proprio come il fiore che spesso tiene in mano. E poi c’è la nave, gli ostaggi e il “casino” in Sicilia. “Nessuno si muova!”. Già, la nave. L’Impero dei Rambo si piega e qualcuno molto potente chiede persino scusa. Attacca la sua cordiale missiva con un umile “Dear”. Utopia, dolce utopia.

Sono le notti tinte di rosa dell’Umbertone nazionale, le profumate estati di quegli istrionici dei Righeira, che giungono tristemente a compimento, gli anni “ballando ballando” che se li porta via Raf, quando il Festival della canzone aveva ancora un senso e un decoro.

Sono gli ’80 bellezza; quelli di Rossi, Tardelli e Cabrini, che Coppa!, i magnifici, gli irripetibili, fatti di una natura un po’ speciale, dei record – cartina di tornasole – di Nobel (Rubbia, Modigliani, Montalcini), a Stoccolma ci conoscono bene; quelli del prestigio internazionale; quelli che è impossibile dimenticare; quelli che ci hanno resi orgogliosi di essere italiani; quelli che – non a caso – (ma non poteva essere altrimenti!), gli americani chiamano: “The Craxi Year’s”, GLI ANNI DI CRAXI!

Condividi