I vescovi preferiscono la Messa on line in zona rossa

Il giornalista cattolico Maurizio Scandurra riflette sulla scelta della Cei, che consiglia ai fedeli in lockdown light di seguire le funzioni da casa.

I vescovi italiani non sono più quelli di una volta, salvo rarissime eccezioni chiamate Monsignor Viganò e Cardinal Ruini. Non per niente in chiesa ormai ci siamo solo ‘Io, Mammeta e Tu’, citando Renato Carosone. Più che pastori, dispersori di gregge, vista la diaspora di credenti in corso da anni.
Siamo stati senza Eucaristia quasi 90 giorni, da febbraio a maggio scorso. Nonostante il protocollo d’intesa sottoscritto tra Governo-Giuseppi e Conferenza Episcopale Italiana (Cei) che consente la possibilità per i fedeli in zona rossa di potersi recare in chiesa per la Santa Messa muniti di autocertificazione, i porporati dicono sia meglio stare a casa e seguire le funzioni on line, come fossero una puntata qualunque di ‘Beautiful’ o ‘Domenica In’.
Formalmente, questo può suonare come un invito al buonsenso per evitare fenomeni di assembramento. Ma in realtà le cose stanno diversamente. Disincentivare alla partecipazione in presenza all’Eucaristia domenicale e feriale vuol dire sminuire in una così delicata fase di transizione l’attenzione e l’attrazione che il Santissimo Sacramento, perno della fede cattolica, possiede agli occhi dei fedeli.

E’ proprio la vita sacramentale, l’incontro fisico tra l’uomo e Dio nella Santa Comunione che differenzia il Cristianesimo da ogni altro culto o movimento religioso o para-religioso.
In tv, su Facebook o in streaming, tutto questo non è possibile. E il cautelativo invito alla prudenza negli spostamenti lanciato dai vescovi italiani – legittimando la possibilità di seguire la Messa da casa pur potendovisi recare con le proprie gambe – appare di fatto come un subdolo intento di dissuadere il cristiano dal suo primo dovere: l’amore totale rivolto a Dio nella celebrazione fisica del banchetto della Nuova Alleanza con l’umanità ristabilita dal Creatore tramite il Sacrificio D’Amore di Suo Figlio.

Non mi stupisce affatto la leggerezza, la superficialità e l’indifferenza con cui i cardinali riuniti sotto quell’acronimo bollino la possibilità di rinunciare e derogare ai sacramenti durante la pandemia, Riconciliazione inclusa: già me le immagino le confessioni 3.0 via Skype. Alle volte sembra proprio di trovarsi più innanzi a un cinema ecclesiale italiano, tanto la realtà supera la fantasia.

Appena scattato il primo lockdown nessuno, incluso il Capo di Stato Vaticano Bergoglio, si è ribellato con fermezza a un esecutivo italiano di atei e miscredenti che ha subito ben pensato di chiudere per prime le chiese, e questo già ben prima dello stop totale del marzo scorso. Mentre in passato la Chiesa, innanzi alla straordinarietà di flagelli e pestilenze, prorompeva dai templi sacri (facendosi essa stessa ancora più straordinaria delle contingenze negative in atto) rispondendo con manifestazioni di devozione autentica passate alla storia.

Forse pochi ricordano che grazie a Conte e compagni è saltato non solo il Mercoledì delle Ceneri, ma tutto l’intero arco pasquale e post pasquale sino quasi alla Pentecoste.
Già, perché la Santa Sede preferisce occuparsi di questioni più secolari come il gioco al rimpiazzo dei cardinali con altri di ancor più dubbia moralità implicati in scandali finanziari e sessuali esattamente come i loro predecessori, anziché difendere e ribadire la centralità dei riti cristiani sopra ogni cosa.
Impegnandosi nella costruzione artefatta della legittimazione di una ‘teologia gay’ e di gender che dilaga sempre più in tutto il mondo. E che per icona ha persin scelto quello stesso arcobaleno che nell’Antico Testamento riflette la Gloria di Dio, secondo un modus operandi costante che nella Storia vede il Maligno cercare in ogni modo di sostituirsi all’Altissimo, confondendo simboli, menti e coscienze. Incluse quelle dei ministri della fede. La Chiesa di Cristo sta altrove.

Fortunatamente sono ancora in molti i consacrati, prelati, religiosi e laici innamorato di Gesù che non si riconoscono affatto nella politica ecclesiastica bergogliana, che tutto fa fuorché occuparsi di nuovo apostolato o difendere l’integrità esegetica delle Sacre Scritture. Adattandole invece come più gli pare a sostegno di questa o quella tendenza modaiola imperante del momento, omosessualità e globalizzazione comprese: rispettivamente mascherate quale apertura all’amore senza giudizio e accoglienza diffusa.

Credo nell’azione dello Spirito Santo anima, nutrimento e motore del cuore e dell’agire probo dei fedeli: che, sono certo, preferiranno l’appuntamento reale di persona con il Signore Gesù nel rendimento di grazie domenicale, facendosi tabernacoli viventi di quel Tesoro più grande che proviene dalla Passione di Cristo, certezza di Salvezza eterna anche innanzi al buio luciferino che ottenebra dall’interno il clero romano in questi difficili ‘tempi moderni’.

Maurizio Scandurra

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