Virocrazia e sindrome di Stoccolma

Di Giancarlo Buonofiglio – – Vivere in una virocrazia, derogando alla scienza la democrazia e le libertà dei cittadini è pericoloso per la tenuta delle istituzioni. Anche nell’emergenza sanitaria (con restrizioni ben delimitate nell’ordinamento) sessanta milioni di reclusi fanno comunque impressione. La vicenda è questa: Sgarbi (che è anche un parlamentare) ha in corso un processo per le sue esternazioni pubbliche in merito alle misure prese dal governo: “notizie false, esagerate e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico (Art. 656 del Codice Penale), Istigazione a disobbedire alle leggi (Art. 415 c.p.) e Istigazione a delinquere (Art. 414 c.p.).

Il PTS (Patto Trasversale per la Scienza) ha inoltre richiesto di adottare ogni provvedimento volto a oscurare o sequestrare il sito web e i canali social del critico d’arte. “Oscurare e sequestrare“. Gli oscurantisti non erano gli altri?
Esiste un patto trasversale per la scienza. Lo apprendo con qualche apprensione, che “oscura e sequestra” il pensiero, la parola, la critica. Le libertà, queste sconosciute alla scienza (o presunta tale).

Un luminare (bravissimo nel suo mestiere di saltimbanco da Fazio) tempo fa ha ammonito il Papa: “Dio vuole che si preghi da casa“. Ho sempre pensato che l’etica non fosse un campo dello scienziato, scopro invece che sconfina anche nella religione. Il laureato in biologia in futuro potrà dire messa, abbiamo risolto l’antinomia tra ragione e fede.
Sostituiamo papa Francesco con uno specialista in igiene e medicina preventiva.
A questo punto si può chiudere il Parlamento e scambiarlo con un comitato tecnico/scientifico permanente. Perché no? Economico, funzionale e pratico.

Non entro nel merito della vicenda Sgarbi, ma la virocrazia è un’oligarchia degenerata. La tecnocrazia non temperata dalla politica è infatti anche questo: se un esperto di statistica elabora studi e modelli matematici sugli incidenti stradali, i tecnocrati del mondo immaginario di Orson Welles (o del covid secondo l’attuale narrazione del mainstream) potrebbero vietare l’uso delle auto o del tabacco. Proibire su base epidemologica l’alcol, limitare la viabilità a piedi, contingentare le piazze, chiudere giornali e programmi di svago che rincoglioniscono le persone. Chiedete a un sociologo se la tv di Barbara D’Urso abbia determinato un deficit cognitivo su scala nazionale. Ed è un allarme sociale anche quello.

La scienza ha ragione. Nei numeri sempre.
Non ricordo l’epoca, ma il controllo sanitario sulle condotte individuali, di movimento e di pensiero lo abbiamo vissuto. E aveva un nome: Ordine e disciplina! Vi invito a leggere Foucault, la biopolitica. In Sorvegliare e punire (1975) descrive un lockdown del XVII secolo:

«Alla peste risponde l’ordine. La sua funzione è di risolvere tutte le confusioni: quella della malattia, che si trasmette quando i corpi si mescolano; quella del male che si moltiplica quando la paura e la morte cancellano gli interdetti. Esso prescrive a ciascuno il suo posto, a ciascuno il suo corpo, a ciascuno la sua malattia e la sua morte, a ciascuno il suo bene per effetto di un potere onnipresente e onnisciente che si suddivide, lui stesso, in modo regolare e ininterrotto fino alla determinazione finale dell’individuo, di ciò che lo caratterizza, di ciò che gli appartiene, di ciò che gli accade. […] la penetrazione, fin dentro ai più sottili dettagli della esistenza, del regolamento – e intermediario era una gerarchia completa garante del funzionamento capillare del potere; non le maschere messe e tolte, ma l’assegnazione a ciascuno del suo “vero” nome, del suo “vero” posto, del suo “vero” corpo, della sua “vera” malattia. La peste come forma, insieme reale e immaginaria, del disordine ha come correlativo medico e politico la disciplina».

La quarantena è sopravvissuta alla peste come possibilità di normare lo spazio urbano, le vite e i corpi portando alle società disciplinari autoritarie e fasciste del XX secolo. Il pericolo reale è che il cordone sanitario messo in piedi dai nostri governanti maturi nel tempo come sorveglianza, repressione e controllo sociale. C’è da augurarsi che a qualche mascherina autoritaria travestita da virologo non venga in mente di estendere nel tempo le misure restrittive ai diritti costituzionali inviolabili, magari con maglie allargate solo per consumo, studio o lavoro.

Nella Repubblica di Roma le pestilenze non mancavano. Il Senato poteva deliberare restrizioni alle libertà dei cittadini, ma per un limite massimo di sei mesi. Trascorso il quale, passata o meno l’epidemia, si doveva comunque ripristinare lo stato di diritto. Due millenni fa.
Difficile credere che la farsa che il governo ha messo in piedi, distruggendo l’economia del Paese possa davvero terminare il 31 luglio. Il controllo del corpo sociale resta l’obiettivo. Il chip, la app e l’autocertificazione cos’altro sono?

Sul Manifesto del 26 febbraio scrive Giorgio Agamben: “Innanzitutto si manifesta ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo. Il decreto-legge subito approvato dal governo per ragioni di igiene e di sicurezza pubblica si risolve infatti in una vera e propria militarizzazione dei comuni e delle aree nei quali risulta positiva almeno una persona […] Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite. L’altro fattore, non meno inquietante, è lo stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo”.

Al termine dell’emergenza “Il tran tran sarebbe ricominciato, ma con più controllo di prima, più sorveglianza, e con l’idea condivisa che da un giorno all’altro si poteva bloccare la cultura, vietare ogni riunione, associazione, assembramento di persone non finalizzato al mero consumo, col consenso di un’opinione pubblica impaurita (qualcosa si deve pur fare!). O meglio: col consenso dei media e di una minoranza rumorosa di imparanoiati, che creavano l’effetto di un’opinione pubblica impaurita”.

La paura genera mostri e apre un varco allo stato di polizia e non più di diritto. Non siete criceti ammaestrati per vivere in una gabbia, o no?

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