Ricerca per testare la sopravvivenza dell’olivo in Nepal, ma chi paga?

8 dic – L’olivo mediterraneo sul tetto del mondo, per avviare la produzione di olio alle falde dell’Himalaya, in Nepal. Il progetto, un’avventura agronomica che vuol testare la sopravvivenza di una coltura tipicamente mediterranea in aree climaticamente piu’ ardue, e’ stato illustrato dal Dipartimento per la Innovazione nei Sistemi Biologici, Agroalimentari e Forestali (DIBAF) dell’Università degli Studi della Tuscia, oggi nella sede di Terni dell’Arpa Umbria. Obiettivo del progetto è stato quello di verificare la possibilità di implementare la filiera olivicolo-olearia in Nepal in vista di una possibile diffusione nel paese di tale coltura su larga scala.

Tra il 1994 e il 1999 l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo organizza due spedizioni scientifiche mirate allo studio della vegetazione di alta quota nella zona nord-occidentale del Nepal. Nel corso dell’ultima spedizione (1999) in tale area si rileva la presenza diffusa di olivi (genere Olea): specie indigene di Olea cuspidata e Olea glandulifera. Si svolgono diverse missioni che portano ad individuare nel Distretto di Bajura, villaggio di Kolti, un sito adatto alla sperimentazione.

Si mettono a dimora centinaia di olivi provenienti dalla collezione dell’Università, si fanno innesti di varietà italiane (Olea europea) sulla specie locale di Olea cuspidata ampiamente diffusa sul territorio di questa regione dell’Himalaya. Successivamente sono state addestrate le maestranze locali a queste pratiche colturali.Nasce così il progetto di piantagione di piante d’Ulivo in Nepal. L’idea è quella di produrre olio d’oliva sull’Himalaya.ansa

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