Perché voterò No al referendum sul taglio dei Parlamentari

Danilo Stentella – Il referendum confermativo del 20 e 21 settembre 2020, “modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, un importante momento della vita democratica del nostro Paese, strumento previsto dalla nostra bella carta costituzionale per garantirci da decisioni esecrabili del Parlamento, appunto in questo caso celebra l’ultimo atto di un modo deplorevole e autodistruttivo di gestire questa grande comunità nazionale, tuttavia coerente con la linea neoliberista adottata dai partiti della cosiddetta Seconda Repubblica, che continuano con pazienza a smontare un pezzetto alla volta l’intero apparato dello Stato, minando una pax sociale che era stata costruita lentamente, nel dopoguerra, con grandi sacrifici.

Queste controfigure dei partiti della Prima Repubblica paradossalmente interpretano la parte, sostanzialmente tirando a campare, proprio screditando e disprezzando il sistema dei partiti e i politici, attribuendo loro, ovvero a se stessi, la colpa di ogni contingenza, sociale ed economica, invece di contrastare i veleni della finanziarizzazione dell’economia che stanno trasformando in peggio il mondo.

Questi nuovi partiti hanno voluto l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, definendo se stessi “la casta”, un termine particolarmente enfatizzato dal comico Beppe Grillo e dai giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella , mentre una diffusa campagna d’opinione biasimava la politica di professione, assimilandone l’attività al parassitismo, come se nella complessa e sofisticata articolazione delle società contemporanee questa potesse essere una attività lasciata all’estemporaneità e all’improvvisazione, piuttosto che a un serio professionismo.

Il nuovo politico, meglio definirlo politicante va’, si presenta orgogliosamente alla collettività degli elettori come estraneo al mondo della politica, ricevendone incredibilmente un generale apprezzamento e consenso. Un po’ come se a un concorso per primario in un ospedale si presentassero rappresentanti delle più varie professioni, tranne quella medica, con soddisfazione della commissione esaminatrice, e dei pazienti. In un madornale e rozzo equivoco è stata confusa la politica come mestiere necessario con la politica di professione, tanto che in una recente tornata elettorale l’80 % dei candidati di un partito di grande popolarità non aveva nemmeno un lavoro .

Alcuni leader di questa generazione di politici cavalcano il disagio dei cittadini, dovuto principalmente alle ricorrenti crisi economiche e ai tagli dello stato sociale decisi proprio da questa nuova (?) politica, indirizzandone la rabbia verso i costi della politica stessa, piuttosto che verso le vere cause delle crisi, senza tenere conto che lo stipendio di un parlamentare corrisponde a quello di un dirigente di basso livello di una impresa privata, mentre i benefit di cui gode non sono nemmeno paragonabili.

Tanto per parlare di numeri l’amministratore delegato di poste italiane nel 2013 percepiva uno stipendio lordo di 1,56 milioni di euro, mentre il direttore generale percepiva soltanto 370.000 euro, solo che in quell’anno le due figure erano ricoperte dalla medesima persona . I primi 23 manager pubblici italiani da soli nel 2018 percepivano oltre 33 milioni di euro l’anno , facendo una media dei loro stipendi e rapportandola al numero dei parlamentari è come se questi manager ci costassero quasi un miliardo e mezzo di euro l’anno (precisamente € 1.378.646.240), contro i circa 220 milioni di euro di costi dei parlamentari.

E’ stato calcolato che ogni cittadino italiano spende ogni anno poco più di 20 euro per mantenere, diciamo così, la baracca, più o meno quanto spendono i residenti a Terni per pagare il servizio di prevenzione del dissesto idrogeologica fornito dal locale Consorzio di Bonifica.
Quindi per combattere questa casta (stavolta posso usare il termine in modo coerente) di rottamatori, e per avversione contro questa insensata riduzione di rappresentanti del popolo voterò NO.

Ma vorrei aggiungere, perché un NO da solo non spiega molto e perché non rappresenta una proposta, che dovremmo cogliere l’occasione per iniziare una vera rivoluzione nelle istituzioni dello Stato italiano.
Potremmo chiedere che in Parlamento, luogo dove si produce un bene specifico e preziosissimo, la legge, si possano candidare persone in grado di produrre quel bene, ovvero cittadini in possesso di una idonea laurea o di titoli abilitanti. Perché non possiamo continuare a mandare su quegli scranni pornostar, nani, ballerine e quant’altro non c’entra nulla. Poi potremmo chiedere che essendo dipendenti pubblici non possano esercitare altra professione per tutto il mandato, che lavorino almeno cinque giorni a settimana, che siano presenti in orario di lavoro, salvo malattie e permessi, come per tutti i dipendenti pubblici, che se improduttivi o assenteisti possano decadere dal loro mandato e soprattutto che, come succede nelle RSU aziendali, in caso di cambio di partito si debbano dimettere.

E veniamo, per stringere su un argomento per il quale ci sarebbe da scrivere un trattato, ai senatori a vita, questo retaggio anacronistico del periodo monarchico che non ha più alcun senso. Perché se per onorare, giustamente, una persona che ha dato lustro al suo Paese il Presidente della Repubblica, sostituto del re in questa funzione, lo può mandare a lavorare nella Fabbrica della Legge nominandolo senatore a vita, quando magari prima faceva il pittore o il poeta, perché, seguendo lo stesso principio, non lo potrebbe spedire in sala operatoria a fare il neurochirurgo, o a progettare ponti, che in Italia ce n’è tanto bisogno?

E così fra pochi giorni, gli italiani, ai quali la legge chiede di possedere idonei titoli anche per fare l’addetto alla nettezza urbana, vanno a votare per la riduzione della propria rappresentanza democratica, convinti che quello sia il problema, un taglio, ancora uno.
Che sia questa la vera notte della Repubblica? Più di quella resa famosa dal compianto Sergio Zavoli. Che siano questi i peggiori terroristi? Quelli che con i colletti bianchi distruggono da oltre un ventennio l’organizzazione amministrativa e sociale del Paese?

Che almeno non lo facciano con la nostra complicità, sarebbe veramente ridicolo e paradossale.

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