“Guerriglia”, il libro che né Repubblica né L’Espresso vogliono recensire

di Aldo Grandi

Ci sono molti motivi per i quali si sceglie di acquistare un libro. Lo si può fare sull’onda emotiva del momento, perché lo si cercava da tempo, perché ne abbiamo sentito parlare, perché è attinente ad un argomento che solletica il nostro interesse. Oppure anche tutti quanti insieme. Noi, a scanso di equivoci, abbiamo scelto di comprare e leggere Guerriglia dopo aver appreso che il libro di Laurent Obertone, edito in Francia nel 2016 e apparso nelle librerie italiane poco più di un mese fa, non sarebbe mai stato recensito da Repubblica e l’Espresso – tantomeno da Il Tirreno – i due periodici più faziosi, politicamente (s)corretti e di proprietà del più grande debitore che ha contribuito ad affossare il Monte dei Paschi di Siena (600 milioni di euro ricevuti e mai restituiti ndr).

Non solo. Avevamo sentito parlare di questo romanzo apocalittico scritto da un autore boicottato, anche in terra transalpina, dai media imperanti e della Gauche, tutti ispirati dai consueti e ammorbanti sentimenti buonisti, tolleranti e ipocriti che hanno condotto la Francia sull’orlo della guerra civile. E’ dalla nostra trasferta parigina del settembre 2001, quando ci imbattemmo e conoscemmo numerosi fuoriusciti della sinistra extraparlamentare italiana rifugiatisi nel paradiso socialista mitterandiano, che ci rendemmo conto che alcuni degli ex brigatisti e di coloro che non avevano mai rinunciato a scardinare il sistema, passata la sbornia operaista, avevano preso a dedicarsi ad un altro grimaldello a loro avviso in grado di far saltare il capitale e tutti i suoi annessi: i cosiddetti sans papiers altrimenti da noi conosciuti come migranti, profughi, per il sottoscritto clandestini e, per Laurent Obertone e il suo neologismo, itineranti.

Così, dopo aver comprato il volume, tutto d’un fiato come è nostra abitudine e non soltanto per la lettura, lo abbiamo divorato.

Non vi racconteremo, come fanno, spesso, coloro che recensiscono i libri partendo dalla quarta di copertina perché con poca voglia di pupparsi tutte le pagine, la trama riassunta o anche completa del romanzo di questo scrittore classe 1984, laureato in Storia e Antropologia, giornalista e saggista, già autore di un libro, La Francia Arancia Meccanica che ha venduto oltre 120 mila copie.

Solo l’inizio, questo sì, dedicato a tutti quei poliziotti e carabinieri che ancora non hanno compreso come i protagonisti, molteplici, di questa storia apocalittica, ma nemmeno tanto avveniristica, potrebbero essere, a queste latitudini, proprio loro. Perché anche in Francia, agenti e militari predisposti all’ordine pubblico, sono diventati e non solamente per colpa loro, dei coglioni in divisa.

Ed è proprio per la reazione, inevitabile, comprensibile, giustificabile, ma deformata, umiliata, sbeffeggiata, svergognata, sbugiardata dei media e dei politici, dirigenti, giornalisti, intellettuali, di uno di questi coglioni in divisa, che la miccia si accende durante un controllo in uno dei quartieri più malfamati e ad alta densità musulmana della banlieuparigina dando inizio al giorno in cui tutto si incendiò ossia alla guerra civile.

Il libro cattura, inchioda il lettore ovunque si trovi, spinge ad andare avanti senza tentennamenti, costringe a rimettersi in discussione, mette a dura prova le presunte certezze, devasta eventuali convinzioni, imprime accelerazioni possenti, suscita reazioni impensabili, ma, soprattutto, getta colui che legge in uno stato di profonda prostrazione emotiva incutendogli la sensazione di aver già visto – e già letto – da qualche parte, quello che si trova a scorrere nelle 400 pagine del volume di Obertone.

Se, poi, qualcuno, pensasse che la Francia non è l’Italia e che da noi, queste cose, non potrebbero mai accadere, beh, eviti qualunque pensiero in proposito anche se, come recita uno dei numerosi incipit (Honoré de Balzac) ad ogni inizio capitolo, l’illusione è una fede smisurata.

Il romanzo è composto da capitoli a volte brevi, a volte brevissimi, raramente più lunghi di qualche pagina. Incalzanti, pressanti, implacabili e ognuno porta con sé un incipit o aforisma legato a personaggi storici e contemporanei: in tutto 57 citazioni che sono un romanzo nel romanzo e che servono a rendere ancora più angosciante una storia che non ha alcun fine se quello dell’ultima pagina che, tra l’altro, una fine nemmeno ha.

Tra quelli che più ci hanno colpito troviamo questo aforisma di Peter Ustinov, attore: Spesso il coraggio nasce soltanto dall’incoscienza, mentre la vigliaccheria è sempre molto bene informata. Oppure quello di Feral Faun pseudonimo di Wolfi Landstreicher, filosofo anarchico: Morale, senso di colpa e paura agiscono come poliziotti nella nostra testa. Oppure ancora Giulio Cesare: Gli uomini si preoccupano più di ciò che non possono vedere che di ciò che possono vedere. O anche Louis-Ferdinand Céline: Per mettere in moto l’intelletto nella testa di un coglione, è necessario che gli capitino tante cose e tutte molto crudeli. Quindi Eraclito: Su cento uomini, dieci non dovrebbero neanche trovarsi dove sono e ottanta sono soltanto bersagli; solamente nove sono veri soldati, e soltanto uno è un guerriero: l’unico che riporterà tutti gli altri. C’è spazio, anche, per un proverbio russo: In una pozza di menzogne possono nuotare soltanto pesci morti.

Ciò che ha strizzato le viscere durante la lettura è stato lo scoprire come anche in Francia, sia pure in forme, e proporzioni molto più avanzate delle nostre, siano state percorse le stesse strade destinate ad una integrazione fallimentare che stiamo tentando anche da noi: dal divieto di usare determinati vocaboli alla rinuncia ad altrettanti simboli, dalla istituzione di uffici ad hoc per l’individuazione sulla rete di post non politicamente corretti all’inasprimento delle pene per chi non accetta l’assimilazione forzata, dai milioni di euro spesi per rendere l’inclusione più semplice alla realizzazione di case, pioggia di contributi, alleviamento di spese.

Ma ciò che spaventa e rende agghiacciante la lettura del libro è, in sostanza, la tremenda consapevolezza del suo autore il quale dimostra come la Francia buonista, la Francia della assoluta convinzione della impossibilità della non integrazione, la Francia che vuole a tutti i costi e a costo di sottomettersi, essere amica dell’islam fin quasi alla prostituzione spirituale e razionale, in realtà ha finito per rendere tutto uguale senza alcuna distinzione anestetizzando gli animi e rendendo i francesi non più in grado nemmeno di vedere ciò che hanno di fronte.

L’insipienza, la mediocrità, la vigliaccheria delle classi dominanti al potere hanno fatto sì che la Francia sia divenuta, come sostiene Obertone, incapace di ritrovare se stessa e non più in grado di opporsi alla violenza dei quartieri disagiati della banlieu, ma, in realtà, di tutta la Francia islamizzata che, di fronte allo scoppio dei primi incidenti, esplode come se fosse una polveriera. I francesi, ma gli occidentali in genere, hanno paura di avere coraggio e persino la violenza viene affrontata con la paura e con la tendenza ad accettarla sperando che essa, prima o poi e per chissà quale ragione, debba cessare. Così non è, e sembra di rileggere, tra le righe, la stessa esposizione al carnefice che fu quella degli ebrei durante la persecuzione nazista, quella incredibile e a volte incomprensibile capacità – o incapacità a seconda dei punti di vista – di saper reagire alla violenza bestiale degli oppressori anzi, finendo, quasi, per diventare automi e zombie nelle loro mani.

Non sarà facile, per molti di voi che leggerete questo libro, arrivare fino alla fine anche perché, sinceramente, non ci sarà, come vi insegnano la domenica alla messa, un lieto fine o la salvezza ultraterrena. No, c’è solamente il caos dove ognuno, purtroppo, deve pensare a se stesso e a sopravvivere.

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