Terrorismo: in Bosnia campi di addestramento per estremisti islamici

 

Il quotidiano di Banja Luka “Nezavisne novine” ha svelato in un articolo pubblicato oggi alcuni dettagli su presunti campi di addestramento per radicali islamici presenti sul territorio della Bosnia-Erzegovina. La presenza di tali campi finora non è mai stata riconosciuta ufficialmente dalle autorità bosniache, ma la stampa locale se ne occupa periodicamente, citando documenti riservati.

bosnia

Il quotidiano di Banja Luka ha trattato oggi di presunti campi di addestramento sulla montagna di Zelengora, che si trova sul territorio del comune di Gacko, nella parte sud-orientale della Bosnia. Secondo i documenti esaminati dalla testata, i servizi di sicurezza bosniaci sarebbero a conoscenza del fatto che un gruppo di radicali islamici si sono addestrati nel corso dell’estate scorsa nel tiro con le armi da fuoco. Nella documentazione citata dal quotidiano si legge che i servizi di sicurezza “hanno notato che i gruppi radicali dei bosniaci musulmani hanno utilizzato dei moderni fuoristrada per raggiungere Zelengora da Sarajevo, via Trnovo, Rogoj, Miljevina e Tjentiste”.

La fonte dei servizi di sicurezza sarebbe un inquirente sul territorio che si occupa di monitorare i nomadi che utilizzano i pascoli di Zelengora durante l’estate. Il gruppo radicale notato dalla fonte utilizzerebbe divise nere ed equipaggiamento militare. Finora non è stato notato l’utilizzo di armi a canne lunghe, dato che per le esercitazioni sarebbero state utilizzate soltanto pistole di vari calibri. La fonte non ha tuttavia escluso che il gruppo radicale fosse in possesso di fucili o armi di altro tipo.

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Il gruppo, secondo la documentazione esaminata, conterebbe almeno un centinaio di persone, di cui alcune sarebbero identificabili dall’aspetto come appartenenti al movimento dei wahabiti, mentre altri presenterebbero un aspetto ordinario. I servizi di sicurezza avrebbero precisato che il gruppo non rappresenta per ora un pericolo per la popolazione locale, raccomandando tuttavia controlli aerei su mezzi motorizzati che si spostano nella zona di Zelengora. Lo stesso quotidiano ha svelato due settimane fa anche la presenza di un altro centro di addestramento di gruppi wahabiti, nella località di Podgredina, nei pressi di Cazin, nella parte nord occidentale della Bosnia.

Tale centro sarebbe gestito da un esponente di spicco del movimento wahabita residente a Vienna. Nel frattempo, alcuni abitanti del villaggio di Gornja Maoca, situato al confine settentrionale con la Croazia e considerato da molti media locali e internazionali come centro di arruolamento di combattenti che partono per la Siria e l’Iraq, si sono rivolti pubblicamente al ministro della Sicurezza di Sarajevo, Dragan Mektic, chiedendo delucidazioni su tali indiscrezioni. Mektic ha ribadito affermando che gli esponenti del movimento wahabita “non rappresentano partner di istituzioni ufficiali in Bosnia”. Mektic ha detto in conferenza che le istituzioni bosniache “dimostrerebbero di non essere serie se rispondessero a richieste dei wahabiti”. Secondo Mektic, “sono gli abitanti di Gornja Maoca a dovere presentare prove di non essere estremisti, e non le istituzioni centrali”.

Uno scontro tra le autorità bosniache ufficiali, inclusa la Comunità islamica, e le cosiddette “comunità islamiche parallele”, di matrice per lo più wahabita, è in corso dall’inizio di quest’anno. Il rais della Comunità islamica della Bosnia-Erzegovina Husein Kavazovic ha invitato all’inizio dell’anno gli esponenti delle comunità sciolte ad aderire alla corrente islamica ufficiale entro il mese di maggio, annunciando che la Comunità islamica prenderà dopo tale scadenza le distanze dai gruppi wahabiti. Un numero minore dei gruppi indipendenti ha accolto l’invito del rais, ma tutti gli altri, inclusi i rappresentanti della comunità di Gornja Maoca, hanno accusato Kavazovic di “non essere tollerante” nei confronti di correnti diverse. Lo scontro aperto è stato causato da forti polemiche che hanno seguito l’attacco terroristico contro la caserma dell’Esercito bosniaco di Rajlovac, nei pressi di Sarajevo, del mese di novembre dello scorso anno, che ha fatto tornare a parlare del pericolo della setta radicale dei wahabiti.

Il presidente della Repubblica Srpska, l’entità serba della Bosnia, Milorad Dodik, ha affermato in quell’occasione che “i moniti secondo cui in Bosnia vivono circa 3.400 individui pronti a eseguire atti di terrorismo individuali non sono purtroppo stati presi abbastanza sul serio, come si evince da quanto accaduto a Rajlovac. Dodik ha inoltre ribadito che “ad aggiungersi a questo fatto c’è anche il discorso dei guerrieri dello Stato islamico di origine bosniaca che rientrano nel paese contribuendo a renderlo più instabile, visto che la legge che impone la persecuzione di coloro che hanno partecipato a conflitti armati stranieri non viene applicata“.

Quello di novembre è l’ultimo di una lunga serie di attentati di matrice religiosa che nel dopoguerra hanno scosso la Bosnia. Il primo atto di questo tipo è accaduto nel 1995, quando un funzionario dell’Unprofor, Wiliam Jeferson, è stato ucciso da un gruppo di fanatici religiosi.

In particolare, la presenza wahabita sta crescendo nelle località di Zenica, Zepce, Zavidovici, Maglaj e Tesanj. Sul territorio del cantone di Tuzla, le presenze più massicce sono a Gracanica, Kalesija, Zivinice e Srebrenik. Quest’ultimo municipio comprende anche la località di Gornja Maoca, considerata la roccaforte dei wahabiti in Bosnia. Per quanto riguarda il cantone di Sarajevo, i wahabiti sono presenti, secondo il quotidiano, nei comuni di Hadzici e Ilidza e nella località di Zaklopaca dove, secondo fonti non ufficiali, in passato hanno alloggiato diversi combattenti volontari provenienti dalla Siria ed esponenti dello Stato islamico.

© Agenzia Nova



   

 

 

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