Naufragio Lampedusa, il racconto di alcuni sopravvissuti

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9 ott – In piu’ di cinquecento, tra cui venti bambini piccolissimi, ammassati in pochi metri quadri, stretti gli uni agli altri, senza potersi muovere. E chi doveva andare in bagno, era costretto a farsela addosso. Oppure, se doveva fare la pipi’, doveva usare una bottiglia. L’unico a potere usare la cuccetta della cabina del barcone era ‘il Capitano’, lo scafista, mentre tutti gli altri dovevano restare immobili al loro posto.

Sono soltanto alcuni dei retroscena emersi dai racconti di alcuni sopravvissuti al terribile naufragio avvenuto all’alba di giovedi’ davanti alla costa di Lampedusa e costata la vita ad almeno trecento profughi, provenienti dall’Eritrea o dall’Etiopia. Soltanto grazie al racconto di sei testimoni, cinque eritrei e un etiope, la Procura di Agrigento, ha potuto incastrare il presunto scafista arrestato all’alba di oggi mentre si trovava all’interno del Centro d’accoglienza, a pochi metri dagli altri 154 sopravissuti. Si tratta di un tunisini, Khaled Bensalam di 35 anni. Lo scorso aprile era gia’ stato arrestato per lo stesso reato ed espulso, ma e’ tornato con il suo carico di morte.

Secondo il Procuratore capo di Agrigento Renato Di Natale, l’aggiunto Ignazio Fonzo e il pm Andrea Maggioni, non ci sono dubbi. E’ lui, Bensalam, il ‘Capitano’, cioe’ l’uomo che ha acceso l’incendio a mezzo miglia dalla costa per farsi notare da un’imbarcazione. A confermare la sua presenza accanto al fuoco anche una vistosa fasciatura al braccio. Non solo. I racconti dei sei testimoni sono molto circostanziati, precisi, a volte terribili. Raccontano, tra le lacrime, fin nei minimi particolari, cosa e’ accaduto all’alba del 3 ottobre davanti alla Tabaccara, uno dei posti piu’ incantevoli di Lampedusa, con un’acqua limpida caraibica e altissime pareti di roccia bianca.

“L’imbarcazione aveva capitano e un assistente. Ad un certo punto il motore e’ andato in avaria mandando fuori uso anche l’impianto elettrico dell’imbarcazione. Ho sentito gridare il ‘Capitano’ in arabo: ‘accendete le torce’. Dopo avere sentito la frase ho sentito che l’imbarcazione prendeva fuoco. Immediatamente ho visto per la prima volta, seppure di sfuggita, il capitano in viso”, racconta un giovane eritreo, Aregai, 34 anni, al magistrato che ha raccolto le testimonianze del naufragio. Il tunisino e’ accusato di omicidio pulrimo, procurato naufragio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E’ accusato di essere a capo di un traffico di esseri umani. Proprio oggi la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha incontrato i magistrati agrigentini per valutare l’apertura di un’inchiesta antimafia per il traffico umano. Sono gli stessi testimoni a spiegare ai magistrati che quando si sono imbarcati sulla barca della morte c’erano dei sorveglianti armati che vigilavano le operazioni di imbarco. Ogni profugo, per potere partire, ha dovuto pagare una somma che variava dai 1.300 ai quattro o cinquemila dollari.

E ancora Aregai a raccontare ai magistrati di essere partito alle 3 della notte del 2 ottobre insieme a tre cugini dal porto di Misurata, in Libia “a bordo di un peschereccio sul quale erano stipati circa 500 migranti”. Ecco la sua testimonianza: “Io ho viaggiato nella zona intermedia dell’imbarcazione. Per l’organizzazione del viaggio ho contattato un uomo di nome Abraham di nazionalita’ sudanese al quale ho pagato la somma di 3.400 dollari. Grazie a questa organizzazione sono partito dal Sudan e sono arrivato a Tripoli dove ho atteso circa due settimane prima di partire. L’imbarcazione aveva un capitano, un assistente e altri soggetti che, ho notato, ogni tanto aiutavano nella conduzione dell’imbarcazione. Dopo circa 24 ore di navigazione abbiamo avvistato le coste di Lampedusa”.

Ed e’ proprio qui che inizia il racconto tragico del naufragio: “In quel momento il peschereccio ha iniziato ad imbarcare acqua e un soggetto, forse il capitano dell’imbarcazione, ha incendiato una coperta al fine di segnalare ad altre imbarcazioni la nostra posizione. Ma questo espediente ha causato l’incendio del ponte della nave e tutti ci siamo spostati da un lato dell’imbarcazione, determinando il capovolgimento del peschereccio e la caduta in mare di tutti i viaggiatori. Dopo circa 3 ore siamo stati soccorsi e condotti in salvo”. E’ cosi’ confermata la tesi secondo cui i profughi che si trovavano sul barcone naufragato giovedi’ mattina davanti all’isola di Lampedusa sono rimasti in acqua “almeno tre ore” prima di essere soccorsi e salvati.

C’e’ chi nel tragico naufragio ha perso la sorella, chi cinque amici, chi altri parenti. E’ il tunnel dell’orrore. “Eravamo circa 500 persone piu’ 20 bambini, di una eta’ compresa da pochi mesi fino a 7 anni. Eravamo tutti ammassati, senza possibilita’ di movimento alcuni. C’era un piccolo bagno sull’imbarcazione ma era impossibile da raggiungere perche’ non c’era la possibilita’ di muoversi. Cosi’ chi doveva fare i propri bisogni fisiologici o se li faceva addosso, o chi doveva fare la pipi’, utilizzava la bottiglia”, racconta Dawit, etiope di 27 anni che ha intrapreso il viaggio con sette amici, di cui solamente lui e un altro ragazzo sono rimasti vivi. Anche Dawit ha pagato, come tanti altri, 1.600 dollari pro capite per raggiungere Lampedusa. E’ lui a raccontare che il viaggo e’ durato “piu di 24 ore”. “Quando ci siamo trovati a breve distanza da Lampedusa chi conduceva l’imbarcazione ha spento i motori e tutta la gente diceva che eravamo arrivati e dovevamo solamente aspettare i soccorsi provenienti dall’Italia”. Il giovane spiega che la barca si e’ fermata per circa un’ora e quarantacinque, un’ora e cinquanta minuti davanti all’isola.

E’ sempre lui a spiegare che “in quel frangente hanno visto due imbarcazioni”. “Una in particolare ha circumnavigato la nostra imbarcazione, presumo si trattasse di pescatori”.

Il giovane spiega anhe che sull’imbarcazione c’erano tutti eritrei fatta eccezione per dieci persone tra cui lo stesso Dawit. Anche lui accusa lo scafista Bensalam Khaled di essere lo scafista della barca. Il ragazzo ha visto lo scafista che chiama ‘il Capitano’ “in tre occasioni”. “Ho visto il capitano e il suo assistente scambiarsi i ruoli andando uno al motore e l’altro al timone. Poi ho visto entrambi nell’occasione in cui si e’ scatenato l’incendio a bordo”.

Dawit era a poppa “visto che stavo poco bene stavo aprendo le mie medicine con un coltello. Ad un certo punto alcune persone a me vicine mi hanno chiesto il coltello perche’ serviva al capitano per fare qualcosa sotto coperta. Poi il capitano ha dato fuoco ad un lenzuolo per farsi individuare da altre imbarcazioni, immediatamente c’e’ stata una vampata che ha causato l’incendio a bordo”. Anche lui ha riconosciuto il capitano in Khaled, arrestato oggi dalla procura di Agrigento.

Dietro ogni profugo sopravvissuto c’e’ una storia da raccontare.

“Prima di arrivare a Misurata, da cui e’ partito lo scorso 2 ottobre il barcone che poi e’ naufragato, io ho vissuto per due anni a Tripoli da alcuni parenti – racconta Teshfahiwet, giovane eritreo di 32 anni – Ad un certo momento, ho raccolto il denaro per pagare il viaggio in Italia per me, mia cugina e mia zia. Ho contattato un intermediario di nome Ermiyas, di nazionalità verosimilmente etiope, al quale ho consegnato 4800 dollari. In seguito, accompagnato su un automobile da altri soggetti libici, vicini ad Ermiyas, siamo stati condotti in un centro di raccolta a disposizione dell’organizzazione libica dedita a questo tipo di viaggi.

In questo centro, dove siamo stati raccolti in circa 500, siamo stati circa due settimane. Successivamente ci hanno fatti salire su un camion militare, dotato di un cassone chiuso e, a gruppi di circa 100/120 persone, ci hanno portato su una spiaggia, dopo un viaggio durato circa un’ora e mezza. Non so dire quale città fosse, ogni immigrato ha dovuto affrontare un viaggio lunghissimo”. Ma non finisce qui. “Ci hanno fatto incolonnare a grossi gruppi e con delle piccole imbarcazioni siamo arrivati, dopo circa un’ora di viaggio, presso il grosso peschereccio che ci ha condotti in Italia”.

Ricorda di avere visto il ‘Capitano’, “insieme ai gruppi di libici che gestivano le persone eritree incolonnate”. Ma il presunto scafista, a differenza degli eritrei, non era incolonnato per salire sulla barca: “era insieme ai libici che organizzano questi viaggi. Me lo ricordo per due motivi: il primo è perché questa persona aveva un occhio offeso ed era più basso e più magro degli altri libici; il secondo è perché io ho fotografato con il mio cellulare gli organizzatori libici e ricordo che ho fotografato anche lui. Purtroppo, nel naufragio ho perso il telefono cellulare con le fotografie. Questa persona o era parte dell’organizzazione o lavorava per loro”. A questo puto dell’interrogatorio e’ il profugho a volere fare una domanda ai magistrati, cioe’ se lo scafista si trova al Centro d’accoglienza insieme agli altri sopravvissuti. Quando scopre che e’ cosi’, dice: allora ci metto la firma che questa persona fosse il capitano dell’imbarcazione”.

Un altro sopravvissuto, testimone della Procura, Alay, eritreo, racconta ai magistrati Di Natale, Fonzo e Maggioni, di essere partito con la sorella, morta durante il viaggio, un cugino, superstite e altri tre compaesani, tutti morti nel viaggio. E’ lui raccontare ai pm di avere visto, quando la barca si e’ fermata nei pressi della costa di Lampedusa, un peschereccio o anche due. “Credevamo che dall’Italia ci avessero gia’ avvistati e venissero a prenderci, peraltro siamo stati avvicinato da due imbarcazioni e questo mi faceva pensare che qualcuno ci avesse avvistati ma non abbiamo chiesto aiuto perche’ pensavamo che i soccorsi arrivassero presto”. Ad un certo punto, pero’, la barca ha inziato a imbarcare acqua. “Molte persone che si trovavano sottocoperta – racconta – hanno iniziato a gridare, subito dopo la barca si e’ incendiata”.

Secondo altri testimini a dare fuoco a un asciugamano sarebbe stato proprio il Capitano, cioe’ lo scafista.

Anche l’eritreo Alay ha una storia di raccontare: “Sono partito dal Sudan e sono entrato in Libia. Siccome non avevo i documenti, sono stato arrestato, ma sono rimasto in carcere solo un mese, poiché ho corrotto le guardie penitenziarie. Dopo, uscito dal carcere, ho preso un taxi e sono andato al centro di raccolta di Tripoli, dove vengono concentrati tutti coloro che si vogliono imbarcare per l’Italia. Lì, dopo aver pagato i 1600 dollari a Moahmed, sono rimasto circa un mese prima della data di partenza. In questo centro, eravamo raccolti in circa 600. Successivamente, circa 500 di noi, a gruppi di circa 100/150 persone, siamo stati trasportati con un camion dotato di un cassone chiuso presso una spiaggia, dopo un viaggio durato circa un’ora. Non so dire quale città fosse. Appena scesi dai camion, una decina di soggetti libici, di corporatura robusta ed alti, ci hanno allineati, in colonne di 25 cadauna e, con delle piccole imbarcazioni siamo arrivati, dopo circa un’ora di viaggio, presso il grosso peschereccio che ci ha condotti in Italia“.

“Sussitono a carico dell’indagato – scrivono i magistrati nel fermo di polizia giudiziaria – gravi indizi di colpevolezza”. Lo stesso presunto scafista e’ stato interrogato dagli inquirenti ma respinge tutte le accuse fornendo una versione diversa, “confessando che – scrivono i pm – seppure a causa di una grave minaccia subita alla partenza, era stato lui a condurre l’imbarcazione nell’aprile scorso”, cioe’ quando venne gia’ arrestato in Italia e poi espulso, ma per i pm e’ un indizio a carico: “attestando cosi’ la sua esperienza nella conduzione dei pescherecci”. Cosi’, mentre i sommozzatori proseguono la triste conta dei morti, il presunto responsabile del terribile naufragio finisce in carcere.



   

 

 

1 Commento per “Naufragio Lampedusa, il racconto di alcuni sopravvissuti”

  1. Una delle tante morali: se si entra in Libia senza documenti si viene arrestati (oddio, saranno mica razzisti ‘sti libici?), se si entra in Italia senza documenti, si viene foraggiati da Pantalone. Organizziamo un sit-in contro il reato di clandestinità anche in Libia? O in Congo, o negli Stati Uniti, o in tutti i paesi del mondo …

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