L’installazione, con l’esposizione di corpi femminili nudi, avrebbe l’obiettivo di denunciare «l’(eco)sistema fuori controllo»
All’ingresso del Padiglione, una campana nel cui batacchio è appesa una donna «misura del tempo che passa».
Dentro, i corpi nudi delle performer si intrecciano su un albero di statue bronzee, altri si muovono come animali in vetrina negli zoo. E al centro, un acquario e all’interno un’altra donna. A fianco due bagni chimici che alimentano la vasca.
«In Seaworld Venice la promessa del progresso si dispiega come una distopia frankesteiniana — spiega la curatrice — cani robot guardano l’acqua che si alza dietro il vetro, come Cerberi meccanici a guardia di un altare sacrificale. Qui una performer vive in una vasca alimentata dai fluidi corporei del pubblico». Un «sistema di riciclo a circuito chiuso» metafora «di una vita vissuta nei rifiuti altrui».
