Non c’è 25 aprile che ci possa liberare

partigiani 25 aprile

“è difficile non diventare padroni di una nazione di servi”. E di questo non c’è 25 aprile che ci possa liberare

di Emiliano Scappatura – Come ogni anno, la festa della Liberazione in Italia si è consumata non priva di strascichi polemici. È così da ottant’anni, e non è difficile capirne il motivo. Invece di essere una festa che unisce la nazione riemergono ogni volta sfoghi ancestrali mal digeriti che indicano come questa nazione non sia nata in realtà da identità condivise ma da lotte intestine. Rigurgiti, si dirà, di parti oscure che non meriterebbero neanche di essere prese in considerazione. In larga parte è certo così, ma forse c’è di più. E indicano una nazione che non ha mai fatto i conti con sé stessa e, ancor più, di una parte si è appropriata negli anni di certe ricorrenze e la ha usate, con una certa complicità intellettuale, per farne una sua festa privata.

Andiamo con ordine

Noi ci guardiamo bene dal condividere le parole del generale Vannacci che, speriamo solo provocatoriamente, affermava che in quel giorno avrebbe festeggiato piuttosto il San Marco. Noi crediamo anzi che la caduta del fascismo e le instaurazioni delle libertà democratiche abbiamo rappresentato qualcosa di davvero importante nella vita politica di questo paese.

Quello che però biasimiamo è il modo come ci sia arrivati e come poi ciò sia stato raccontato. Che ci appare una narrazione storica infiocchettata ad uso e consumo per alcune generazioni che sono servite ad una parte politica per appropriarsi eticamente non solo della vittoria ma anche dell’uso della democrazia (come dire: questa la abbiamo creata noi, e chi non è dalla nostra parte ne è solo un consumatore abusivo).

Ridotta all’osso, questa narrazione dice più o meno così

In questo paese si viveva tranquillamente una stagione democratica fino a che Mussolini e una compagnia di masnadieri (secondo una delle ultime interpretazioni da bestseller giornalistico egli sarebbe addirittura un “capobandaâ€) si impadronirono con un colpo di mano dello Stato e lo tennero in una bieca oppressione commettendovi le peggiori nefandezze per circa venti anni. Ma poi, come in un finale da film hollywoodiano, in un rigurgito morale ecco comparire dei giovani partigiani (qui dipinti come gli eroi liberatori rispetto in una narrazione dicotomica in cui i fascisti oppressori rappresentano ogni sorta di male) e riportano la libertà in Italia. Con l’aiuto, certo, anche dell’esercito angloamericano, ma non si può fare tutto da soli.

Una simile interpretazione storica, o che poco vi si discosta, è molto fantasiosa, ma molto funzionale a una area politica. E quando alcuni storici seri cominciarono a mettervi mano andando a scavare nei documenti e nelle testimonianze, come ogni storico serio dovrebbe fare, ad esempio Renzo De Felice che adesso è considerato il maggiore e il più completo storico di quel periodo, tutta una certa area politica cominciò non solo a sbeffeggiarlo ma propose (seriamente) di togliergli la cattedra e di inibirgli l’insegnamento. Eppure le domande di De Felice erano a dir poco banali ma nessuno se le faceva perché erano considerate scomode e andavano a scavare un pezzo di storia la cui ricostruzione epica era protetta dalla sacralità.

Come aveva fatto Mussolini a tenere il potere per due decenni se aveva contro tutta la nazione? E perché tutta questo movimento partigiano se ne venne fuori solo quando, di fatto, il fascismo era ridotto a un cadavere? Dove era prima? E si scoprì che in realtà, per comodità o per semplice connivenza con quello che era il vincitore, il fascismo aveva goduto almeno fino agli ultimi anni di un larghissimo appoggio della popolazione. Insomma, Mussolini non era proprio un turpe dittatore, ma un capo carismatico, uno di quei capopopolo che da sempre piacciono agli italiani.

E forse non erano stati proprio i partigiani a sconfiggere il fascismo (così come gli italiani si erano così creduti da illudersi di essere finanche tra i vincitrici della guerra). Che era morto, sì, ma di suicidio politico; e il cui vuoto adesso dava vita piuttosto a una lotta squallida di fazioni, anche interne, per contendersene il cadavere. Insomma, una guerra civile piuttosto brutta e piuttosto squallida di cui il fascismo rappresentava solo la giustificazione morale. Ed è questo soprattutto che una certa narrazione vuole nascondere, ma che emerge ogni venticinque aprile.

Io di antifascisti seri, per ragioni di età, ne ho conosciuti solo un paio, ma quei pochi avevano avuto il coraggio di esserlo durante il fascismo, quando ad esserlo si rischiava qualcosa. Ed Enzo Misefari, che fu confinato a Lipari e a Ponza, mi disse: “Se allora non fossimo stati quattro gatti, forse il fascismo non sarebbe durato vent’anniâ€.

In realtà forse Mussolini, come disse non solo de Felice, ma anche Prezzolini, Montanelli e tutta una storiografia che non si vuole leggere, ma che risale all’insospettabile Gobetti, non fu un semplice lestofante, ma “la biografia degli italianiâ€. E non rappresentò solo un regime politico, ma poté durare così a lungo perché, come disse Mussolini, lo aveva tirato fuori dalla storia della nazione. Nel bene ma soprattutto nel male. Tanto è vero che, ogni volta che si tenta i superarlo, si è costretti a cadere nella sua retorica.

E questa festa, con tutta la sua mitologia costruita ad hoc, non è altro che la ricorrenza, tra mille fanfare e sventolii di bandiere, di un avvenimento certo di grande importanza e che sarebbe certo moralmente alto ma che sentiamo davvero estraneo e non sappiamo quanto credibile. Una nazione di servi che si proclama amante della libertà, di faziosi che si richiamano a una patria di cui non gliene frega niente a nessuno, di gente che parla di andare in guerra solo quando sa che la combatteranno gli altri e di fare le rivoluzioni solo se sa che si faranno d’accordo con i carabinieri.

Ecco cosa ci infastidisce della festa della Liberazione: il fatto che non ci abbia liberato dal fascismo, ma solo del suo involucro. La sua retorica è tutta lì. Il regime è deceduto, ma da allora i reduci e gli antifascisti non hanno fatto che moltiplicarsi così come in un giorno solo, diceva Churchill, quarantacinque milioni di italiani passarono da conniventi con il braccio teso a spietati antifascisti. Bisognava capirli.

Ma se un altro uomo dovesse cominciare a gridare dal balcone saranno tutti di nuovo pronti ad ascoltarlo, con le stesse marcette, sfilate e striscioni con cui adesso inneggiano alla libertà. È successo con Draghi ed erano tutti di nuovo in fila, succederà immancabilmente con il prossimo che salirà sul balcone. Perché in fondo gli italiani non li ha mai liberati nessuno e una nazione non si costruisce con la retorica. Diceva Mussolini, appunto, che è difficile non diventare padroni di una nazione di servi. E di questo non c’è venticinque aprile che ci possa liberare, almeno fino a che questa nazione non farà i conti con sé stessa.

Prof. Emiliano Scappatura

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