Europa: il continente che si è fatto del male da solo (secondo Trump)

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di Carmen Tortora – Nel suo intervento al World Economic Forum di Davos, Donald Trump non usa giri di parole quando parla dell’Europa. Non la tratta come un nemico – sarebbe troppo facile – ma come qualcosa di peggio: un alleato che ha scelto consapevolmente di indebolirsi, convinto di essere moralmente superiore mentre smantella le basi materiali della propria sopravvivenza economica e strategica.

Il giudizio iniziale è spietato e serve da cornice a tutto il discorso. Trump afferma che molte parti d’Europa oggi sono “non più riconoscibili” e precisa che non si tratta di un cambiamento positivo, ma di un peggioramento netto. Trump non parla di monumenti, costumi o identità astratte. Parla di fabbriche chiuse, energia cara, industrie fuggite, eserciti ridotti a simboli e cittadini che pagano il conto. L’Europa, nel suo racconto, non è vittima di forze esterne, ma artefice del proprio declino.

Secondo Trump, le élite europee hanno abbracciato la stessa favola che per anni ha dominato Washington: l’idea che si possa crescere senza produrre, prosperare senza energia abbondante, competere senza industria. A suo dire, nelle capitali europee si è diffusa la convinzione che per far crescere un’economia moderna bastassero più spesa pubblica, immigrazione di massa incontrollata e importazioni senza fine. Il risultato, sempre secondo lui, non è stato progresso ma deficit cronici, stagnazione dei redditi e perdita di competitività globale.

Il punto su cui Trump affonda di più il coltello è l’energia

Qui il tono diventa apertamente sprezzante, perché a suo giudizio l’Europa non è semplicemente inefficiente: è ideologica. Sulla Germania è diretto: «La Germania oggi produce il 22% di elettricità in meno rispetto al 2017 e i prezzi sono aumentati del 64%.» Sul Regno Unito è quasi sarcastico: «Il Regno Unito produce solo un terzo dell’energia che produceva nel 1999, pur sedendo sopra il Mare del Nord, una delle più grandi riserve al mondo». E il verdetto finale è secco: «I prezzi dell’elettricità sono saliti del 139%».

Per Trump non c’è nessun mistero: l’Europa ha chiuso centrali funzionanti, reso impossibile estrarre gas e petrolio, demonizzato il nucleare e consegnato la propria sicurezza energetica a tecnologie intermittenti e costose, in nome di quella che definisce «la Green New Scam». «Più pale eoliche ha un Paese, più soldi perde e peggio sta andando». L’Europa, aggiunge, compra tecnologia “verde” dalla Cina, mentre Pechino continua a crescere usando carbone, gas, petrolio e nucleare.

Da qui il passaggio logico successivo: un continente che rinuncia a energia e industria non può permettersi nemmeno la sicurezza. Trump lega esplicitamente politiche verdi, immigrazione di massa e declino demografico alla debolezza militare: «Crescita più bassa, standard di vita più bassi, natalità più bassa, migrazioni destabilizzanti e forze armate sempre più piccole». L’Europa, in questa lettura, non è solo più povera: è meno capace di difendersi. E questo rende ancora più sbilanciato il rapporto con gli Stati Uniti.

Trump arriva così al nodo politico vero. Gli Stati Uniti, sostiene, hanno protetto l’Europa per decenni. Hanno pagato, armato, garantito sicurezza. Ma ora pone una domanda che suona come una condanna: «Noi saremmo lì per loro al cento per cento. Ma non sono affatto sicuro che loro sarebbero lì per noi». Non è una minaccia, è un giudizio. L’Europa appare come un alleato che pretende sicurezza mentre smantella le condizioni per garantirla.

Eppure Trump non parla di rottura. Anzi, lo dice chiaramente: «Vogliamo alleati forti, non alleati gravemente indeboliti. Vogliamo un’Europa forte». Il problema, nella sua narrazione, non è l’Europa in sé, ma le sue classi dirigenti. Un continente ricco di risorse, storia e competenze che ha scelto di trasformarsi in un laboratorio ideologico, sacrificando energia, industria e sicurezza sull’altare della presunta superiorità morale.

Il messaggio finale è spietato ma coerente: l’Europa non è stata sconfitta da qualcuno. Si è fatta male da sola, con metodo e convinzione. E continua a chiamare questa autodistruzione “valori”.

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