“Yermak teneva Zelensky sotto ipnosi”

Yermsk e Zelensky

www.corriere.it – KIEV – Lo chiamavano il vicepresidente, anche se non lo era. Faceva il ministro degli Esteri, anche se non era mai stato in diplomazia. Non s’è sposato, non ha avuto figli e dedicava tutto il suo tempo, da sempre, al Capo. Lo accompagnava a ogni evento ufficiale, ben piĂą della first lady Olena. Non permetteva a nessuno di volare troppo vicino al suo Sole, se non incenerendone le ali.

«Lo teneva sotto ipnosi», racconta ironico un deputato di Servire il Popolo, il partito di governo. E tutti sapevano che i due dormivano l’uno di fianco all’altro nel bunker sotterraneo della presidenza, «ben piĂą di quanto ci dormisse la moglie». E in qualche momento libero giocavano persino a pallone, si scaricavano i nervi alla playstation, caricavano come adolescenti le playlist di canzoni rilassanti, si guardavano qualche film. Non ci fossero mai stati dubbi sulle inclinazioni di Volodymyr Zelensky – e non ce ne sono mai stati -, il rapporto fra il presidente ucraino e il fedelissimo Andry Yermak – costretto a dimettersi venerdì in seguito allo scandalo corruzione che ha terremotato il regime ucraino- si sarebbe prestato a ben piĂą di qualche ironia sui social o nelle chiacchiere pettegole dei kieviti. «Le lunghe resistenze di Zelensky nel licenziare Yermak – dice un’analisi del Kyiv Post – rivelano la profonditĂ  del loro rapporto».

Un’interdipendenza simile a quella fra George W. Bush e Dick Cheney. Un’amicizia nata nel 2010, calcando palcoscenici e set tv. «Lo yin e lo yang», riassume una fonte. Il telecomandante e il telecomandato: «Yermak è un manager potente – l’ha descritto una volta il presidente ucraino -. Lo rispetto per i suoi risultati. Fa quello che gli dico di fare e porta a termine i suoi compiti».

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Un ex produttore cinematografico, un avvocato specializzato nei diritti d’autore e dello showbusiness, un amico che secondo il quotidiano kievita «in sei anni era riuscito a costruire una cosa senza precedenti nella politica ucraina: il governo parallelo che toccava ogni leva del potere. Tutti i ministri avevano capito che la loro sopravvivenza politica dipendeva dai buoni rapporti con lui». Odiato a Washington: «Non possiamo fare a meno di farci i conti». Detestato a Bruxelles: «Qualunque cosa sarebbe meglio che mandarlo a trattare con gli Usa». Malvisto a Kiev: due terzi degli ucraini lo volevano cacciare già la scorsa primavera. Eppure, difeso da Zelensky e scelto per tutti i round negoziali, al posto dei diplomatici di professione: solo cinque giorni prima delle sue dimissioni, era seduto a dialogare col segretario di Stato americano, Marco Rubio.

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