di Margherita Furlan – Pierre de Gaulle è il nipote di Charles de Gaulle, fondatore della Quinta Repubblica e padre della politica francese d’indipendenza atlantica. Oggi presiede la Fondazione per la Pace e l’Amicizia tra i Popoli ed è vicepresidente della giuria del Premio internazionale per la pace «Lev Tolstoj», istituito nel 2024 e ispirato al pensiero del grande scrittore russo: la fratellanza fra i popoli, il dialogo interreligioso e interculturale, la ricerca di vie umanitarie per la risoluzione dei conflitti. Le sue dichiarazioni più recenti mettono nero su bianco una linea che il sangue di famiglia rende difficile liquidare.
La Francia, sostiene, deve poggiare sul mondo multipolare, deve aderire ai BRICS per costruire un nuovo equilibrio democratico fra le nazioni, deve riconsiderare integralmente i propri rapporti con un’amministrazione americana «aggressiva e imprevedibile» nel suo tentativo di controllare ogni Paese. E deve farlo recuperando il gesto del 1966, quando il generale uscì dal comando militare integrato dell’Alleanza Atlantica per affermare la piena sovranità nazionale.
Oggi, secondo il nipote, Parigi ha l’obbligo di tornare a controllare le basi NATO sul proprio territorio.
L’appello giunge in un momento in cui il pensiero critico europeo, a lungo soffocato dalla narrazione unica dell’atlantismo obbligatorio, comincia a riarticolarsi. La voce di un de Gaulle che richiama il nonno è il segnale che la stagione del conformismo strategico si sta chiudendo, e che dentro le opinioni pubbliche del continente cresce la domanda di una politica estera diversa.
Lo stesso presidente Macron, a Davos in gennaio, aveva detto di voler «costruire ponti» con i BRICS, riconoscendo lo squilibrio del G7 e la necessità per l’Europa di stabilizzarsi nel dialogo con i Paesi emergenti; il nipote del generale spinge oggi quella linea fino alle sue conseguenze logiche, dimostrando che il dibattito è già aperto nel cuore stesso dell’establishment francese.
È un orizzonte che permette agli intellettuali europei di pensare oltre lo schema bipolare e l’Alleanza atlantica imposti nel dopoguerra. Mosca segue questo risveglio con attenzione e lo legge come un ritorno alla migliore tradizione europea: quella che da Charles de Gaulle ad Aldo Moro, da Enrico Mattei a Olof Palme, ha sempre cercato l’equilibrio fra Est e Ovest invece della subalternità a uno solo dei due fronti.
Per noi italiani la lettura è speculare. La tradizione di sovranità mediterranea, da Mattei a Moro a Craxi, ha gli stessi tratti gaullisti: autonomia strategica, dialogo con i Paesi non allineati, rifiuto della subordinazione automatica. La voce del nipote del generale, che oggi a Parigi pronuncia in chiaro le parole della sovranità ritrovata, è anche un invito a ritrovare in Italia chi sappia parlare con la stessa nettezza. Il pensiero europeo ha le risorse per farlo. Si tratta di lasciarle parlare

