Quasi un adulto su due è restio nei confronti delle vaccinazioni ma il fenomeno è ben più complesso e fortemente eterogeneo: esso è influenzato da caratteristiche demografiche e sociali, esperienze personali, orientamento politico e religioso e dal livello di fiducia nelle istituzioni e nei sistemi sanitari.
Un campione di 50mila abitanti
Il lavoro, pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Regional Health – Europe, è stato coordinato dell’Università di Torino. Il paper si basa su un’indagine condotta tra settembre 2024 e marzo 2025 attraverso interviste web e telefoniche. Il campione comprende 52.094 adulti residenti in tutta Italia, rappresentativi della popolazione adulta per età , genere, livello di istruzione, area geografica e dimensione del comune di residenza. L’obiettivo principale dello studio è fornire una fotografia aggiornata e dettagliata dell’esitazione vaccinale e identificare i sottogruppi della popolazione maggiormente esposti a questo fenomeno. La ricerca si inserisce nel più ampio progetto nazionale.
Differenze rilevanti
Lo studio ha fatto emergere differenze rilevanti in relazione a genere, identità sessuale ed etnia. Un risultato che sottolinea la necessità di disporre di dati sempre più granulari per sviluppare strategie di prevenzione realmente inclusive e mirate.
“L’esitazione vaccinale continua a rappresentare una delle principali sfide per i programmi di immunizzazione e per la tutela della salute pubblica.Ma il fenomeno è complesso: i risultati suggeriscono che, oggi, l’esitazione vaccinale dipende meno da timori legati alla sicurezza dei vaccini e più dalla difficoltà di comunicare efficacemente il valore della vaccinazione – commenta Fabrizio Bert, Professore Ordinario e Direttore del Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche Università di Torino -. Un elemento centrale che emerge dall’indagine riguarda il ruolo delle figure di riferimento nella comunità ”.
L’esitazione vaccinale risulta, infatti, più elevata tra le persone che non percepiscono un chiaro sostegno alla vaccinazione da parte di operatori sanitari, insegnanti o leader religiosi”.
Ripensare le strategie di sanità pubbliche
“Secondo gli autori, questi risultati indicano la necessità di ripensare le strategie di sanità pubblica, superando un approccio limitato ai soli contesti sanitari tradizionali. La comunicazione dovrebbe essere maggiormente adattata ai diversi sottogruppi della popolazione, affrontando la sfiducia istituzionale attraverso il coinvolgimento di reti comunitarie e figure di prossimità . Rafforzare l’accessibilità e la qualità dei servizi vaccinali e ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni rimane una priorità , insieme a una comunicazione depoliticizzata e basata su solide evidenze scientifiche.
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