Meta nel caos, dipendenti prendono tangenti dagli hacker

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Meta ha licenziato (o sospeso) due dozzine tra dipendenti e appaltatori esterni per aver compromesso o sbloccato gli account degli utenti Facebook e Instagram

di Antonio Amorosi – (www.affaritaliani.it) – In queste ore il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta esclusiva dove racconta di una doppia dozzina di dipendenti e appaltatori esterni di Meta licenziati o sottoposti a provvedimenti disciplinari pesanti. L’accesso abusivo agli account degli utenti di Facebook e Instagram sarebbe il motivo di tali provvedimenti. Meta è la piattaforma di Mark Zuckerberg che gestisce Facebook, Instagram, altri social e servizi molto popolari in rete.

Secondo il Wall Street Journal, che ha citato fonti e documenti, in alcuni casi vi sarebbe stata anche corruzione perché i soggetti accusati avrebbero incassato migliaia di dollari per compromettere gli account degli utenti o per sbloccare gli stessi. Tutto si origina da un rapporto interno all’azienda che è vittima del comportamento dei soggetti accusati.

Il Wall Street Journal racconta come gli utenti che vengono bloccati dai propri account Facebook spesso non sono in grado di riottenere l’accesso con mezzi tradizionali. Contattare direttamente Facebook o inviare i documenti di identità richiesti dall’azienda non sempre permette di arrivare al risultato sperato. La trasparenza non è il principio più forte di Facebook e Instagram. Quindi alcuni utenti sono ricorsi alla ricerca di fonti esterne disposte a sbloccare l’account e che avevano contatti all’interno di Meta.

La notizia più rilevante è che, secondo i documenti visionati dal Journal, i lavoratori abbiano accettato tangenti per migliaia di dollari dagli hacker per compromettere o accedere agli account degli utenti. Accedere agli account delle persone prevede anche la possibilità di acquisirne tutti i dati. Argomento non nuovo che è già emerso più volte in relazione alle varie fughe di informazioni e violazioni delle privacy degli iscritti avutesi negli anni.

“Gli individui che vendono servizi fraudolenti prendono sempre di mira le piattaforme online, inclusa la nostra, e adattano le loro tattiche in risposta ai metodi di rilevamento comunemente utilizzati nel settore”, ha dichiarato al canale americano CNBC il direttore delle comunicazioni di Meta, Andy Stone, spiegando il caso sollevato dal Wall Street Journal.

Secondo le notizie riportate, alcuni dei lavoratori licenziati erano impiegati come appaltatori di una società esterna che forniva un servizio di sicurezza per le strutture di Meta, a cui era stato consentito l’accesso agli strumenti interni dei dipendenti per assistere gli utenti.
Esisterebbe un meccanismo speciale per il ripristino veloce degli account sospesi. Gli strumenti, riporta il Journal, indicherebbero una scorciatoia per le operazioni online originariamente destinata ad uso interno e per casi speciali. Questo sistema ha consentito ai dipendenti di ripristinare agli utenti l’accesso ai propri account.

“Le persone non dovrebbero mai acquistare o vendere account o pagare per un servizio di recupero account perché ciò viola i nostri termini di servizio”, ha affermato Stone.

La società Facebook è vittima ma questo quadro mette probabilmente anche risalto un sistema di gestione che ha sempre maggiori difficoltà nel proteggere la privacy o anche solo a gestire miliardi di utenti e i loro dati.

I lettori non hanno ancora dimenticato lo scandalo Cambridge Analytica (il caso di 87 milioni di account Facebook raccolti da Cambridge Analytica senza il consenso degli utenti e usati per scopi di propaganda politica) o quello della ex dipendente Francis Haugen finita davanti al Congresso dove ha sostenuto che la mancata trasparenza di Facebook è un problema per il Paese: “Sono qui perché credo che i prodotti di Facebook danneggino gli adolescenti, seminino divisioni e indeboliscano la nostra democrazia”.

Nell’audizione Haugen ha criticato l’estrema segretezza e la carenza di trasparenza di Facebook (“Nessuno al di fuori sa quello che succede all’interno”) nonché il funzionamento dei suoi algoritmi, chiedendo piena trasparenza visto che il social, per incidenza e pervasività, condiziona il comportamento di miliardi di utenti. “Non c’è nessuno al momento che possa chiedere conto della responsabilità a Zuckerberg, tranne lui stesso, ha un controllo sproporzionato su Facebook e le sue politiche detenendo oltre il 55% delle azioni”.