Recovery Plan, Draghi usi solo i soldi a fondo perduto

Draghi soldi fondo perduto

Visto il quadro perché non usare solo la parte di denaro a fondo perduto che ci destina il Recovery fund? I soldi sono previsti in due tranche, una erogata nel 2022 (70%) e l’altra nel 2023 (il 30%).

di Antonio Amorosi – Siamo il Paese dei record anche durante la pandemia. Nella Ue ci posizioniamo contemporaneamente primi e ultimi per tasso di rischio sociale. Così come siamo in Europa, grazie al nostro sistema di reti sociali (anche se duramente colpite dalla pandemia), il Paese con uno dei più bassi indebitamenti di famiglie e imprese.

E’ la provincia di Bolzano con un tasso di rischio lieve (8,5%) l’area con il maggiore benessere d’Europa. La Sicilia (con un tasso di rischio al 52,1%) è invece la zona più in crisi, con quasi metà della popolazione che rischia l’esclusione sociale anche se sulla carta è la regione con la massima autonomia d’azione. Addirittura lo Statuto regionale prevederebbe, articolo 15, che “le circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti pubblici che ne derivano sono soppressi nell’ambito della Regione siciliana”, quindi l’abolizione delle prefetture, gli organismi di rappresentanza del ministero dell’Interno (prassi ovviamente mai attuata). Nei mesi scorsi addirittura un consigliere regionale, Vincenzo Figuccia, ha presentato un’interrogazione parlamentare dal titolo “Chiarimenti circa la sussistenza delle prefetture sul territorio regionale”. Le prefetture sono organismi determinanti durante la pandemia.

Ci sono 80 miliardi circa a fondo perduto

Già nel 2019 tutto il Sud Italia, visto il basso reddito e l’alta disoccupazione, presentava un tasso di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale al di sopra della media nazionale (28,9%). Calabria e Campania seguono a ruota le condizioni della Sicilia. Per questo motivo le risorse che la Ue ha destinato, con il Recovery fund, all’Italia sono diventate di 209 miliardi di euro, 80 miliardi circa a fondo perduto.

Entro il 30 aprile il premier Draghi e il governo dovranno riscrivere il piano affinché Bruxelles si convinca ad erogare il denaro, un piano vero che non sia il Recovery Plan del governo Conte che, con nessuna visione del futuro, voleva ricostruire l’Italia uguale a come era prima della pandemia. Se fondamentale sarà guardare al futuro pensando a digitalizzazione, infrastrutture, inclusione sociale, salute ed economia ecologica, affinché ci sia vera rinascita (invece di indebitarci), occorre valorizzare ciò che nella nostra società funziona, cioè un sistema basato sulla mancanza di debiti privati.

I media dipingono spesso l’Italia come un Paese sull’orlo del baratro, visto l’alto debito pubblico. Ma in economia per misurare l’indebitamento di un Paese e la sua salute occorre valutare le condizioni del settore pubblico, cioè lo Stato, come le condizioni del settore privato, fatto di singoli, famiglie e imprese. Sommando entrambi i comparti si ottiene il cosiddetto indebitamento totale dell’economia.

L’indebitamento delle famiglie italiane e delle imprese è tra i più bassi dell’area euro e tra i migliori al mondo, grazie soprattutto alle proprietà immobiliari che detengono gli italiani. Se guardiamo quindi a questi dati reali il nostro è un Paese forte. Ma come ogni altro Paese, tanto più il nostro dotato di una limitata dinamicità accumulativa, può essere preda degli speculatori.

Visto il quadro perché non usare solo la parte di denaro a fondo perduto che ci destina il Recovery fund? I soldi sono previsti in due tranche, una erogata nel 2022 (70%) e l’altra nel 2023 (il 30%).

Poi nel contenuto il piano dovrebbe, nella sua capacità di indirizzarsi su investimenti produttivi e strategici, guardare in modo speciale al Sud diversificandone l’economia (basata oggi soprattutto su turismo e agricoltura), in modo da allentare quel divario che fa di una parte del Paese una zavorra. Ma senza coraggio e innovazione si va poco in là.

Il Sud si riscatta con investimenti mirati e la costruzione di una classe dirigente locale in grado di evitare le attività predatorie che nella storia sono state il classico sistema assistenziale per la gestione criminal-paternalistico del nostro meridione.

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