Tornati i marinai italiani sequestrati in Libia: “trattati coi piedi”

1 DIC – “Di notte avevamo gli incubi: bombe e colpi di mitra. Finalmente siamo a casa”. Lo ha detto Vincenzo Palumbo, direttore di macchina del peschereccio ‘Giulia PG’, che dopo oltre 60 ore di navigazione é arrivato in porto a Mazara del Vallo (Trapani) con a bordo 12 dei 14 marittimi bloccati dallo scorso 7 ottobre a Bengasi dove é rimasto un altro natante mazarese, il ‘Daniela L.’, ancora sotto sequestro e a bordo del quale ci sono due marittimi.

Dopo 49 giorni, un peschereccio ancora sequestrato a Bengasi

Terzi: al via la societa’ mista italo-libica della pesca

Per Domenico Asaro, comandante del ‘Giulia PG’ : “Siamo stati trattati con i piedi. In Libia in questo momento c’é una situazione peggiore di quella che c’era durante il governo di Gheddafi. Dal carcere siamo usciti dopo che è stata pagata una ammenda“. Asaro era già scampato a un sequestro da parte dei libici alla fine di febbraio 2010, quando era comandante del Luna Rossa e sempre ai libici 16 anni fa ha dovuto lasciare un peschereccio, l’Osiride, che gli fu confiscato pur avendo pagato una ammenda di 26 milioni di lire. In quella circostanza fu liberato dopo sei mesi di carcere.

Antonino Cittadino, il comandante del ‘Daniela L.’ racconta di avere “lasciato insieme con il peschereccio anche l’anima a Bengasi. La situazione è critica. Un giorno sono caduto a bordo e sono stato ricoverato in ospedale. I medici mi hanno detto che mi si è formato un ematoma al collo e che dovrei essere operato. Potevo tornare, ma non me la sono sentita di lasciare tutti li”.

Ciro Pomposo, armatore del ‘Giulia PG’, spiega di aver pagato tre ammende: una di circa ottomila euro per fare uscire i marittimi dalla galera, una di 21 mila euro per il riacquisto del pescato messo all’asta e una di 6.500 euro per il rilascio del natante”. Pomposo aggiunge anche che ‘il giorno della partenza i libici sono saliti a bordo e hanno preso tutto quello che c’era da prendere, persino le cime, le cose più banali ma al contempo utili. Quando ci hanno fermati, lo scorso 7 ottobre, eravamo in navigazione a 42 miglia a nord di Bengasi, come dimostra il blue box”.

I marittimi ribadiscono che i miliziani libici per indurli a fermarsi hanno sparato colpi di arma da fuoco ad altezza d’uomo. Sulla questione delle zone di pesca esclusive, autonomamente decise dalla Libia (74 miglia dalla propria costa) e dall’Egitto (che estende il divieto a 200 miglia), tutti sono d’accordo nel chiedere allo Stato e all’Ue un forte intervento perché ogni nazione torni ad avere la sovranità sulle 12 miglia riconosciute a livello internazionale. “E’ impensabile – concludono – che ogni Stato in modo autonomo decida cosa fare del Mediterraneo”. (ANSA).

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