Omicidio Kercher: una sentenza che ripristina la fiducia nel sistema giudiziario italiano

di Claudio Romiti

Giustizia è fatta. Condannati sulla base di indizi molto labili, Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati assolti con formula piena dai giudici di Appello del Tribunale di Perugia. Una sentenza che fa onore a chi l’ha emessa, ripristinando una minima fiducia in un sistema giudiziario troppe volte messo in ombra da teoremi accusatori costruiti in modo a dir poco traballante. Emerge, quindi, dal verdetto di appello una verità che, per chi aveva seguito nei dettagli la vicenda, si era fatta strada da molto tempo.

Ovvero che ad uccidere la povera Meredith Kercher sia stata probabilmente una sola persona, Rudy Guede, di cui esiste una montagna di rilievi a carico, senza alcuna compartecipazione dei due ragazzi assolti.

Ma allora come diavolo è stato possibile costruire un impianto accusatorio tanto strampalato, laddove tutte le prove evidenti si trovano a carico di un soggetto e praticamente nulla ai danni di Amanda a Raffaele? In sostanza, senza elencare la massa imponente di incongruenze che da subito rendevano molto dubbia la colpevolezza dei due ex-fidanzatini, come diavolo è stato possibile che la pubblica accusa ritenesse coinvolti costoro, quando sulla scena del delitto, a parte la micro-traccia sul contestato gancetto, non si è rinvenuto alcun serio elemento che li collegasse all’omicidio?

A tale proposito, durante il dibattimento un esperto in materia ha dichiarato che solo una libellula non poteva lasciare segni di alcun tipo in uno spazio di due metri quadri, dopo una lotta tanto furibonda. E’ evidente che solo sulla base di questo elementare ragionamento i due ragazzi avrebbero dovuto essere prosciolti nella fase delle indagini preliminari.

Invece è accaduta una cosa, purtroppo, abbastanza tipica nella nostra tradizione giudiziaria: ci si è innamorati di un teorema che, tra l’altro, raccoglieva molte adesioni presso alcuni professionisti mediatici e presso una parte dell’opinione pubblica che cercava un colpevole da immolare sul rogo. I colpevoli si credette di individuare, all’indomani del delitto, nella coppia Amanda/Raffaele, sulle cui personalità fu costruita  artatamente una maschera di perversione e dissolutezza.

Tuttavia, dopo 20 giorni si arrivò alla scoperta di un terzo incomodo, l’ivoriano Rudy Guede, che tra l’altro si era precedentemente introdotto in altre abitazioni con la stessa modalità che probabilmente utilizzò in quella maledetta notte del primo novembre 2007. Questa nuova scoperta, dopo l’incauta e troppo frettosolosa incriminazione di un altro personaggio totalmente estraneo ai fatti, quel Patrick Lumumba coinvolto da una Amanda Knox in totale stato confusionale, anziché riportare sui propri passi i magistrati inquirenti, li convinse a tentare l’impossibile, ossia riuscire a far combaciare tre pezzi di un puzzle assolutamente incompatibili tra loro.

Da qui la “stranezza” di un impianto accusatorio, come sopra accennato, che vede  tracce schiaccianti ai danni di uno solo degli imputati e quasi nulla a carico degli altri due. Una  coppia che non conosce il terzo complice fino al momento del delitto e che non lo premedita, ma che tuttavia va in giro con un coltellaccio da cucina di 30 cm, repertato a casaccio nella casa di Sollecito e molto diverso per forma e dimensione rispetto a quello, mai più ritrovato, che si presume sia stato usato in base alle tracce ed all’esame delle ferite mortali. Un impianto accusatorio che, tuttavia, è stato letteralmente demolito dai giudici di Appello, che ricordiamo sono in maggioranza cittadini comuni, i quali non si sono fatti condizionare da un ambiente esterno in grande maggioranza colpevolista, da come le raccapriccianti immagini da caccia alle streghe hanno mostrato fuori del tribunale di Perugia, non appena è stata pronunciata la sentenza di assoluzione.

E sotto questo profilo, a nome di tutti i garantisti di questo Paese, non possiamo che esprimere la massima soddisfazione per l’operato di una giustizia che si è presa le sue responsabilità solo ed esclusivamente attraverso un esame obiettivo e razionale delle prove, lasciando ogni suggestione di “pancia” fuori dalla Camera di consiglio.

Claudio Romiti

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