Mafia nigeriana, ne parliamo con il giurista Vincenzo Musacchio

Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale in varie Università italiane ed estere, ha insegnato di diritto penale presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma (2011-2012) è dal 2018 associato della School of Public Affairs and Administration (SPAA) presso la Reuters University di Newark (USA), presidente dell’ Osservatorio Antimafia del Molise e direttore Scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise.

La prima domanda cui tutti vorrebbero risposta è se esista un collegamento diretto tra immigrazione irregolare e mafia nigeriana?

Lo dice la Direzione Investigativa Antimafia, nell’ultimo report del 2018, dove ha rilevato, in più punti, un legame, direi abbastanza ovvio, tra immigrazione irregolare (e anche regolare) e presenza, sul nostro territorio di organizzazioni criminali straniere, in primis, mafia nigeriana. Mi preme precisare tuttavia che non tutti i nigeriani sono mafiosi, c’è anche tanta gente onesta e laboriosa. Perciò non farei, come spesso si sente e si legge, di tutt’erba un fascio. I flussi migratori sono, ad esempio, uno dei molteplici strumenti usati dai criminali della madrepatria, attraverso i quali si alimenta l’attività di traffico di esseri e organi umani, di sfruttamento della prostituzione e di traffico e spaccio di sostanze stupefacenti anche attraverso reti criminali transnazionali.

La mafia nigeriana è arrivata in Italia con i barconi o è un falso mito?

Direi, come ho più volte affermato in vari convegni sul tema, che i cd. barconi non sono l’unico mezzo di trasporto. I barconi di solito sono utilizzati per la povera gente che arriva in Italia non tanto per delinquere ma per essere sfruttata e usata in violazione di ogni minimo rispetto dei diritti umani. I veri criminali e cioè quelli che delinquono, spacciano e trafficano in organi ed esseri umani arrivano in yacht o in aereo e viaggiano in prima classe. La mafia nigeriana è, ormai, una delle più potenti e pericolose in Italia. È diffusa su tutto il territorio, isole comprese, e trova la sua casa madre a Castel Volturno, in provincia di Caserta, che rappresenta oggi un importante snodo di smistamento di persone e sostanze stupefacenti.

Quali sono i gruppi più attivi e come sono organizzati?

I gruppi attivi, in Italia, sono: “Black Axe”, “Vikings”, “Supreme Eye Confraternity” e “Maphite”. Operano solitamente secondo vere e proprie strutture gerarchiche, con i capi e via a scendere, fino ai semplici soldati. Hanno regole molto rigide, per alcuni aspetti simili alla ndrangheta, fondate sul vincolo associativo, sull’omertà da essa derivante, sul timore infuso negli adepti anche mediate riti tribali antichi. Mentre gli ndranghetisti sono legati da vincoli di sangue, i nigeriani lo sono per riti tribali e religiosi. Chi tradisce solitamente paga con la propria vita o con quella dei propri familiari. In Italia, i gruppi criminali nigeriani ormai hanno stabilito sodalizi con tutte le mafie locali (ndrangheta, camorra, mafia siciliana, mafie pugliesi). Alcuni membri della mafia nigeriana confermano, il dato già noto a noi studiosi della materia, che i nigeriani s’ispirano alla struttura e ai metodi operativi delle cosche mafiose italiane degli anni ottanta, usando l’intimidazione per gestire le loro attività e cercando di governare sia le imprese legali, sia le illegali attraverso il sistema delle estorsioni. I gruppi criminali nigeriani hanno avuto un tale successo nel mimare le famigerate famiglie mafiose di quegli anni (i corleonesi di Totò Riina, i casalesi e le mafie garganico-foggiane) che la polizia italiana ha iniziato a considerarle “mafia” a tutti gli effetti. Possiamo affermare, senza timore di smentita, che la mafia nigeriana oggi in Italia ha una struttura attiva, partenariati internazionali e una strategia criminale ben pianificata al punto che da ultimo si occupa attivamente anche di smaltimento di rifiuti tossici dall’Europa alla Nigeria.

Che rapporti ha la mafia nigeriana con le nostre mafie?

La mafia nigeriana, prima di stabilirsi in Italia, ha sempre creato accordi di non belligeranza con le mafie autoctone. Per introdurre la droga in Italia, i nigeriani, utilizzano corrieri remunerandoli con circa tremila euro per ogni trasporto andato a buon fine. Si tratta soprattutto di donne, provviste di regolari permessi di soggiorno, che sono utilizzate non più di due o tre volte per evitare che la ripetizione dei visti insospettisca la polizia di frontiera. Ad alcune di queste donne particolarmente fedeli all’organizzazione è conferito il titolo di “maman” per avviarle alla gestione delle prostitute (vere e proprie schiave sessuali) di esclusiva origine nigeriana. Altro settore sotto controllo delle mafie nigeriane è l’accattonaggio. Quando, cedendo al sentimento di umana pietà, regaliamo un euro all’immigrato che ci attende fuori dal supermercato, al semaforo, davanti al ristorante o al bar, è bene sapere che, di quell’euro, forse neppure cinque centesimi gli rimarranno in disponibilità. Il resto finirà all’organizzazione che lo controlla e cioè ai nigeriani. E’ un settore molto redditizio che va tutto a beneficio della mafia nigeriana. Se si pensa alle molte centinaia di fonti, da cui questo flusso di denaro proviene (parcheggi, questua, prostituzione, spaccio, caporalato), si parla d’ingenti guadagni che nessuna attività legale è in grado di eguagliare. Guadagni che la mafia nigeriana utilizza per acquistare droga, cercare altre rotte di smercio, aprire attività di copertura, come centri interculturali, circoli ricreativi e negozi etnici. In quasi tutte le regioni italiane a organizzare il caporalato sono i mafiosi nigeriani che schiavizzano gli altri clandestini sfruttandoli in condizioni totalmente disumane.

In che parti del nostro Paese è radicata?

Nell’ultima relazione antimafia la Dia si conferma che le cosche nigeriane sono radicate in almeno sette regioni: Lazio, Campania, Calabria, Piemonte, Puglia, Sicilia e Veneto, dove trattano da pari a pari con la malavita italiana e ci sono otto città che sono i loro capisaldi: Torino, Verona, Bologna, Roma, Napoli, Palermo, Bari, Caserta. I pentiti e le tante operazioni di polizia rivelano che anche Padova, Macerata, Ferrara e nella piccola regione del Molise sono entrate a far parte di questo elenco e che in Sardegna, a Cagliari in particolare, c’è un forte radicamento dei “Supreme Eye”, mentre in Lombardia cominciano a farsi vedere anche i cd. colletti bianchi della mafia nigeriana nel bresciano, nell’hinterland milanese e nella bergamasca. Stando alle ultime indagini la mafia nigeriana avrebbe messo in piedi un altro orribile mercato che riguarda il traffico di esseri umani e di organi. Il mercato è così florido che esiste anche un listino prezzi: un rene varrebbe cinquantamila euro, le cornee ventimila, il midollo ventimila e il cuore, duecentocinquantamila euro. La grande adattabilità della mafia nigeriana è il suo punto di forza e le modalità operative diverse per ogni gruppo fanno sì che agli inquirenti resti incomprensibile e difficile da perseguire la loro attività criminale. Ben presto avvieranno la fase evolutiva e come le nostre mafie si nutriranno tramite il condizionamento delle attività economiche, passando per la corruzione di politici, pubblici funzionari, imprenditori, appalti ottenuti illegalmente, minacce e intimidazioni, per ottenere il controllo del territorio. Sarà quello il momento in cui dovranno fare i conti con le mafie locali.

Dove finiscono questi soldi?

Il denaro sporco derivante da queste attività è solitamente reinvestito per assicurarsi altra manodopera (ad es. donne da avviare alla prostituzione), per aprire attività economiche di copertura (negozi etnici e ristoranti in particolare), per acquistare sostanze stupefacenti o per inviare delle quote (fees) alla casa madre, in Nigeria (tramite i comuni money-transfer o il sistema “hawala”), destinate anche per favorire il sostentamento dei familiari degli affiliati residenti in madrepatria.

Perché si continua a parlare poco di mafia nigeriana?

Perché è un’organizzazione criminale che lavora in maniera occulta. La maggior parte di noi italiani l’abbiamo conosciuta quando una ragazzina di diciotto anni è stata violentata, uccisa con più coltellate e scarnificata, esanguata, asportata di tutti i suoi organi interni, lavata con la candeggina, messa in due trolley e abbandonata sul ciglio della strada. Ovviamente mi riferisco all’omicidio di Pamela Mastropietro, uccisa a Macerata il 30 gennaio 2018. Da studioso e analista di fenomeni di criminalità organizzata mi sento di poter dire che la mafia nigeriana non debba essere analizzata e studiata per casi singoli ma in un quadro più complesso e generale, tenendo conto delle sue origini e soprattutto delle sue proiezioni internazionali.

Esistono prove di “collaborazione” tra mafia nigeriana e organizzazioni criminali locali?

A Castel Volturno, coesistono camorra dei Casalesi e nigeriani, mentre, a Palermo, Cosa Nostra e nigeriani convivono in un clima di “cooperazione” criminale. La criminalità nigeriana non essendo ancora in grado di agire come le mafie autoctone si dedica a tutto ciò che non interessa direttamente alle mafie locali e gli accordi di non interferenza di conseguenza giocano a favore sia dell’una sia dell’altra organizzazione criminale. Questa nuova mafia tuttavia sta diventando sempre più potente e pericolosa ma giacché è quasi invisibile agli occhi dei più ed è poco conosciuta dall’opinione pubblica e dall’associazionismo antimafia, se ne parla troppo poco.

Cosa si potrebbe fare per combattere questo tipo di mafia?

Parto da un punto da risolvere con la massima urgenza: le enormi difficoltà legate alla traduzione dei loro dialetti incomprensibili. Ciò porta un inevitabile rallentamento delle indagini preliminari e una difficoltà nell’acquisizione di materiale probatorio. Sarà necessario assumere e formare agenti sotto copertura della medesima etnia dei nigeriani. Come per le mafie autoctone anche per i nigeriani ricoprono un ruolo di primo piano i collaboratori di giustizia. In molti processi, ad esempio, le donne, vittime di tratta, di violenze e di prostituzione che, con coraggio, hanno deciso di denunciare i loro aguzzini, hanno consentito di condannare pericolosi sodalizi criminali nigeriani di tipo mafioso. Da un punto di vista puramente preventivo occorrerà bonificare e riqualificare le zone depresse dove trova facile radicamento la mafia nigeriana. Penso, solo a titolo di esempio, a Castel Volturno, a zone della Puglia, ad alcuni quartieri di Palermo. Un altro mezzo preventivo che da risultati apprezzabili è quello di offrire un posto sicuro alle ragazze scappate o sottratte ai loro aguzzini e, soprattutto, offrire gli strumenti per ritrovare la propria dignità e ricostruirsi una vita concedendo loro un permesso di soggiorno così come prevede la nostra legge. Al di là dei sistemi di prevenzione e di repressione, su un aspetto credo dobbiamo riflettere un po’ tutti noi: forse è arrivato il momento di affrontare più efficacemente e seriamente il problema!

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