La sinistra muore. E le toghe rosse fanno politica

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di Andrea Indini – – – La divisione dei poteri, nel nostro sistema democratico, è stata proprio per evitare ingerenze e soprusi. Ma da tempo questo equilibrio è stato rotto dai magistrati che quotidianamente fanno politica indossando la toga. Non è una novità, ma ciclicamente diventa un vulnus che frena l’azione legislativa del governo o del parlamento. Negli ultimi tempi, per esempio, nelle aule dei tribunali è venuta a crearsi una strenua “resistenza” alle misure e ai provvedimenti votati per contrastare l’immigrazione clandestina o per garantire la sicurezza nel Paese.

Laddove la sinistra è diventata elettoralmente marginale e politicamente irrilevante, l’opposizione ai decreti e alle direttive di Matteo Salvini viene fatta dai magistrati nelle aule dei tribunali. Si tratta di un’operazione sistematica iniziata l’anno scorso dalla procura di Agrigento con le indagini contro il numero uno del Viminale per il caso della nave Diciotti e continuata, passo dopo passo, a suon di sentenze pensate per smontare il decreto Sicurezza.



È il caso, per esempio, dell’incessante attività di Luciana Breggia, presidente della sezione speciale per l’immigrazione e la protezione internazionale al tribunale di Firenze. Lo scorso 15 maggio ha negato al ministero dell’Interno la possibilità di impugnare un verdetto lasciando ai sindaci la completa autonomia in materia di iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. Sulla stessa scia anche il tribunale civile di Bologna ha preso una decisione analoga smontando ulteriormente il decreto. “Se qualche giudice vuole fare politica e cambiare le leggi per aiutare gli immigrati – è stato il commento – lasci il tribunale e si candidi con la sinistra”. Sembra però che per certi giudici sia più facile plasmare le leggi a proprio piacimento, lavorando (dietro le quinte) nelle aule dei tribunali.

E mentre il governo cerca di mettere un freno alle concessioni dei permessi per i rifugiati, la sezione della Breggia si aggiudica il più alto numero di riconoscimenti. Nel secondo trimestre del 2017, per esempio, su 41 ricorsi presentati ne sono stati accolti ben 35. Un eccesso di buonismo che è diventato evidente a tutti quando si è scoperto che il pachistano, che il primo giugno, a Viterbo, ha stuprato due ragazzine di 11 e 13 anni, aveva ottenuto proprio nel 2017 la protezione raccontando al tribunale di Firenze di essere omosessuale.

Gli esempi, come quello della Breggia, sono molteplici. L’ultimo caso arriva sempre dalla Toscana dove il Tar si è espresso contro le zone rosse contro i balordi volute da Salvini. Ancora una volta è come se i magistrati provino a sostituirsi (e in alcuni casi ce la fanno anche) ai ministri o ai politici eletti dal popolo. Se un tempo, lo facevano con inchieste fortemente politicizzate e dai contorni drammaticamente giustizialisti o dismettendo la toga e candidandosi in parlamento, ora puntano a imporre le proprie idee rileggendo, a loro piacimento, le leggi. È successo in passato sulle adozioni gay e sta succedendo oggi sull’immigrazione la sicurezza. “È ridicolo pensare che i grandi problemi nazionali possano essere interpretati, e tantomeno risolti, da un pugno di procuratori”, diceva tempo fa l’ex pm di Venezia Carlo Nordio. Eppure le toghe si sono sempre arrogate questo potere. E nessuno ha mai fatto nulla per toglierglielo.

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