La BCE ammette che si puo’ uscire dall’euro

Dall’agenzia statunitense Eir si apprende che in un’audizione al Parlamento Europeo il 9 aprile, il Vicepresidente della BCE Vitor Constancio ha contraddetto il Presidente Mario Draghi e la sua isterica pretesa che l’euro sia “irreversibile”.

Constancio ha risposto a una domanda su Target2, che contabilizza gli acquisti di titoli, di stato e delle imprese, da parte della BCE. La domanda è stata sollevata da membri tedeschi e olandesi del Parlamento europeo, di riflesso rispetto a una campagna mediatica nei due Paesi che descrive gli squilibri contabili come prova che i Paesi “virtuosi” dell’Europa settentrionale sovvenzionano quelli “oziosi” del sud.
Constancio ha fatto notare che Target2 è un sistema di contabilità interno all’Eurosistema delle banche centrali e che, se le stesse banche centrali avessero un bilancio unico, non ve ne sarebbe nemmeno bisogno.
Finché un Paese rimane nell’Eurozona non v’è bisogno di “saldare” i conti di Target2 tra i rispettivi Paesi membri. Ma, ha aggiunto Constancio, “se un Paese membro abbandonasse l’Euro, allora la banca centrale di quel Paese si assumerebbe la responsabilità” di saldare i conti. Ciò non è problematico, ha spiegato, perché “tutte le banche centrali dell’Eurozona hanno un bilancio in attivo e perciò hanno la capacità di eseguire pagamenti”.

In altre parole: sì, è possibile uscire dall’euro pagando il conto che, comunque, le banche centrali sono perfettamente in grado di fare.
Sotto il sistema di Target2, gli acquisti della BCE sono contabilizzati tra le banche centrali dell’Eurosistema secondo la denominazione nazionale dei titoli. Così, per esempio, la Bundesbank presenta il più alto saldo positivo (934 miliardi a marzo) mentre l’Italia ha il maggiore saldo negativo (444 miliardi).
Saldare quasi mezzo trilione di euro sarebbe assai impegnativo anche per una nazione industriale come l’Italia, nel caso che il nostro Paese lasciasse l’Eurozona. Tuttavia, quel valore rappresenterebbe prevalentemente il valore dei titoli di stato ritirati dal mercato internazionale, che in quel momento il governo italiano potrebbe piazzare sul mercato interno a lunga scadenza e a un tasso remunerativo per i risparmiatori, minimizzando le perdite e consolidando il debito pubblico. (OPi – 19.4.2018)

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