Partigiani in cattedra: così la rossa Toscana riscrive la tragedia delle foibe

Cosa direbbero a sinistra se un negazionista spiegasse l’Olocausto nelle scuole? Griderebbero alla mistificazione.

Jacopo Granzotto  ilgiornale.it

In effetti la (malsana) idea della Regione Toscana di affidare ai partigiani – anziché alle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati – il lugubre racconto delle Foibe, pare una scelta politica di pessimo gusto. Del paziente lavoro di testimonianza degli esuli non resta granché, resistono discriminazioni e steccati ideologici. Al solito.

Il progetto regionale prevede fino a venerdì una Summer School per 25 docenti, e a febbraio una gita in loco con gli studenti. Supervisiona l’Istituto storico della Resistenza.

Il capogruppo regionale di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli chiede alla Regione di rimediare alla gaffe.

«Organizzare un evento del genere senza coinvolgere associazioni di riferimento è grottesco, oltre che evidentemente strumentale – sottolinea Donzelli -. Il presidente della Regione, Rossi è rimasto al Pci di Palmiro Togliatti che il 30 aprile 1945 chiese ai triestini di accogliere gli infoibatori titini come liberatori: ancora una volta la sinistra dimostra di non credere nella memoria condivisa e di essere ostaggio degli integralisti dell’antifascismo anche quando l’antifascismo non c’entra. Non c’è da inquadrare storicamente niente, non c’è giustificazione al dramma delle foibe e dell’esodo. Interpretare in questo modo la mozione presentata da Fratelli d’Italia e approvata all’unanimità dal Consiglio regionale è provocatorio: la Regione ha il dovere di onorare la memoria delle Foibe, fatto storico che ha provocato l’occultamento di migliaia di cadaveri italiani, militari e civili, trucidati dall’esercito e dai partigiani comunisti. Aprire la porta delle istituzioni a ricordi faziosi sul ‘900 è gravissimo».

Non finisce qui. Nei vari social network si punta il dito sulla persona che cura l’agenda del progetto. La discussa Alessandra Kersevan, una che ha sempre parlato di leggende, imprecisioni, ricostruzioni false e tendenziose e di massacri dell’esercito fascista in Jugoslavia. Ebbene, la Kersevan definisce da par suo le Foibe. «Nelle foibe non sono finite donne e bambini, i profili di coloro che risultano infoibati sono quasi tutti di adulti compromessi col fascismo. I casi di alcune donne infoibate sono legati a fatti particolari, vendette personali, che non possono essere attribuiti al movimento di liberazione». E ancora: «In città come Trieste il collaborazionismo interessò tante categorie di persone, e molti di quelli che vengono definiti civili erano collaborazionisti, delatori di professione, spioni che denunciavano gli ebrei. L’attenzione a questi fatti è funzionale alla criminalizzazione della resistenza jugoslava che fu la più grande resistenza europea. Di riflesso si criminalizza tutta la resistenza, e si è aperto il varco per criminalizzare anche quella italiana».

Il finale è da brivido:

«Commemorare i morti nelle foibe significa sostanzialmente commemorare i rastrellatori fascisti e i collaboratori dei nazisti. Per gli altri morti, quelli vittime di rese dei conti o vendette, c’è il 2 di novembre».

Difficile aggiungere altro.



   

 

 

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