Quelli della megliocrazia

 

NARCISISMO

Nella puntata precedente di questa serie, dedicata al declino dell’idea di democrazia nel gradimento delle masse e di coloro che ne orientano l’opinione, ci siamo soffermati sugli attacchi sferrati agli elettori inglesi più anziani che avevano votato affinché il Regno Unito uscisse dall’Unione Europea. In quel caso la stampa aveva utilizzato dati incerti e male interpretati per associare le socialdemocrazie nazionali allo spettro cadente e rancoroso della vecchiaia, da contrapporre alla presunta freschezza giovanile del progetto europeo. Alcuni commentatori, accecati dallo zelo dei giusti, si erano quindi spinti a invocare la revoca del diritto di voto agli anziani, scoprendo così il sostrato predemocratico e totalitario che cova nel pensiero progressista contemporaneo.

In questa puntata proseguiremo nel solco di quella narrazione centrando l’analisi su un’altra virtù cardinale dell’elettore caro all’establishment, di quel καλὸς κἀγαθός europeista e globale a cui occorre conformarsi per non patire l’espulsione dal gregge. Dai resoconti giornalistici abbiamo appreso che egli non è soltanto giovane – o quantomeno giovane dentro, ostando l’anagrafe – ma anche istruito e residente nelle grandi città. Un identikit che, al contrario di quello giovanilista basato su fantasie esegetiche, trova almeno conforto nell’analisi dei voti. Così, ad esempio, nelle recenti elezioni presidenziali austriache il candidato internazionalista Van der Bellen si aggiudicava la maggioranza dei voti dei laureati e degli elettori della capitale – da cui il commento virale del duo comico Gebrüder Moped:

La FPÖ ha perso al voto postale e vuole abolire il voto postale. Prossimi passi: abolizione della maturità classica, di Vienna e delle donne.

Il primo aspetto che ci interessa indagare è il ruolo di queste rappresentazioni nell’orientare l’opinione di un ampio pubblico fabbricandone e celebrandone il primato morale. Il meccanismo manipolatorio agisce su due fronti. Da un lato isola una o più caratteristiche di larga diffusione – l’istruzione superiore, la residenza in un’area metropolitana, la gioventù – e le trasforma in distintivi di appartenenza a una élite sedicente virtuosa in seno alla comunità di riferimento. Dall’altro crea un’aspettativa positiva associando queste caratteristiche a preferenze politiche presentate in termini altrettanto virtuosi – l’internazionalismo, l’europeismo, la “sinistra” – e generando così nei destinatari un obbligo morale ad aderirvi, per certificare la propria appartenenza alla schiera dei migliori.

Il fenomeno sottostante, noto agli psicologi sociali come Effetto Rosenthal o Effetto Pigmalione, descrive la possibilità di indurre i comportamenti e/o le qualità di un soggetto rendendogliene manifesta l’aspettativa da parte di un’autorità o di una guida riconosciuta. Se i giornali scrivono che i cittadini più istruiti votano progressista perché sono saggi, questi ultimi tenderanno ad avverare la profezia votando progressista, sì da essere degni di annoverarsi tra i saggi. Collateralmente anche i meno istruiti, purché esposti alla narrazione, orienteranno le proprie opinioni verso il medesimo standard per assimilarsi ai migliori. In questo modo la descrizione mediatica diventa norma coattiva, avverando se stessa.

In un altro articolo di questo blog si è visto come il principale movente politico della vasta e longeva categoria dei moderati non risieda nell’interesse o negli ideali, ma piuttosto in un desiderio di celebrare la propria superiorità aderendo agli standard etico-politici di volta in volta fabbricati e magnificati dagli organi di stampa, cioè dal potere in carica. Si è anche visto come la coltivazione di exempla negativi da cui distinguersi – gli estremisti, i razzisti, i fascisti, i terroristi, gli indifferenti, la pancia degli elettori ecc. – sia strettamente funzionale all’allestimento letterario di quegli standard virtuosi e alla loro imposizione: il terrore di finire dietro la lavagna con il cappello dell’infamia spinge i gregari a suffragare qualsiasi atto, anche il più atroce. È il terrore atavico dell’esclusione dal branco, la cui urgenza irrazionale diventa strumento di propaganda e di sottomissione in quanto prevale sugli interessi dei singoli, anche i più legittimi, e li annulla nell’imperativo di un presunto bene spersonalizzato e comune – cioè del personalissimo bene di chi detta le trame ai giornali.

Ai mezzi di informazione spetta il compito di alimentare questa aggregazione autocelebrativa coltivando simboli, mode, antagonismi e dibattiti che, per aggredire i gangli prerazionali del target, devono affondare la loro suggestione negli archetipi più radicati e ancestrali. Limitandoci al caso qui analizzato, la dialettica centro-periferia allude, sotto l’apparenza asettica del dato demografico, alla connotazione morale e intellettuale dell’urbanitas latina in quanto eleganza di modi e di eloquio e “tacita erudizione acquisita conversando con le persone colte” (Quintiliano, Inst. orat. VI III 17), da contrapporre alla grezza rusticitas. Se città e civiltà condividono il medesimo etimo (civitas), la villa (cascina, podere e, per sineddoche, la campagna tutta) partorisce non solo il villico, ma anche il villano e l’inglese villain, cioè l’antagonista, il malvagio, l’irredimibile cattivo delle fiabe.

In quanto all’istruzione, il suo riflesso positivo e condizionato ha una radice quantomeno duplice. Da un lato rimanda anch’essa alla celebrazione classica dell’erudizione e, per successiva approssimazione e sovrapposizione semantica, alla sapientia della pneumatologia cristiana che in origine identifica discernimento e saggezza. Che i dotti debbano avocare a sé la guida delle cose pubbliche era già in Platone, là dove contrapponeva alla democrazia ateniese la sofocrazia, il governo dei filosofi e dei sapienti. Dall’altro, l’attenzione al grado di istruzione innesca un automatismo pedagogico che rispecchia l’infantilismo coltivato dai media e dove la qualità degli individui è misurata in termini di diligenza e non di intelligenza. Sicché lo studente/cittadino meritevole è quello che ascolta la maestra, passa gli esami e consegue il titolo di studio, così come il politico buono è quello onesto che si attiene alle regole senza metterle in discussione, il lettore buono è quello che ripete tutto ciò che legge sui giornali e il popolo buono è quello che fa i compiti a casa di merkeliana memoria, senza interrogarsi sulla bontà del progetto politico sotteso.

Il successo di questa articolata captatio benevolentiae è tale da suscitare non solo l’autocompiacimento dei suoi destinatari – sì da renderli argilla nelle mani del manovratore di turno – ma anche un odio acerrimo verso chi non si conforma allo schema. I moderati, nonostante rappresentino di norma la maggioranza dell’elettorato (diversamente il potere non se ne curerebbe), amano immaginarsi come uno sparuto manipolo chiamato a difendere la fiamma della civiltà dai barbari. La loro forza sta nella paura, e la paura genera odio. Sicché, nei rari casi in cui la realtà non si conforma alle loro aspettative, si scagliano con la cecità del branco contro chiunque ardisca trasgredire il catechismo impartito dai loro giornali. Ecco l’attempato dandy dell’ultraeuropeismo, Philippe Daverio, commentare la vittoria del Brexit dalla sua pagina Facebook:

Nell’Inghilterra colta la voglia d’Europa si è confermata, in quella dove gli anziani e le anziane sdentati preferiscono una cassa di birra alla cura dal dentista, l’Europa perde.

Un disprezzo iperbolico e gratuito, una polarizzazione puerile tanto più bizzarra in quanto espressa da un tizio che non ha mai preso una laurea. L’esito, fin troppo prevedibile e antico, è il classismo, la sbobba dialettica di chi non potendo dimostrare la propria superiorità si illude di affermarla postulando l’inferiorità degli altri.

Come si è visto nella puntata precedente, dalla squalificazione antropologica alla negazione dei diritti il passo è breve, brevissimo. Il subumano va arginato e interdetto per il bene di tutti e in deroga a tutto. Leggiamo Massimo Gramellini, il direttore de La Stampa, che rompendo ogni indugio porta l’attacco al cuore del dogma democratico:

La retorica della gente comune ha francamente scocciato. Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare. La vecchietta di Bristol sapeva che il suo voto, affossando la sterlina, le avrebbe alleggerito di colpo il portafogli, dal momento che i suonatori di piffero alla Farage si erano ben guardati dal dirglielo?

Ecco, Gramellini si è scocciato del popolo. E nell’esprimersi con fastidio aristocratico per la “retorica delle gente comune” promuove evidentemente se stesso al rango della gente speciale e dei “cittadini evoluti”. A che titolo? E chi ve lo ha eletto? Non ce lo spiega, né soprattutto spiega che cosa ci sia di speciale in un’opinione ragliata all’unisono da tutti i maggiori mezzi di informazione. Del resto la sua missione è un’altra: quella di rendere dicibile l’indicibile – la revoca del suffragio universale – e di gettarne il tarlo nelle docili testoline dei suoi lettori, così da prepararli ad applaudirne l’avvento e illuderli che, quando ciò accadrà, loro non ne saranno colpiti trovandosi al sicuro sulla sponda dei giusti.

IL PEDANTE  – -  @EuroMasochismo



   

 

 

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