Renzi, l’orrore: 10 milioni di euro per un recupero piu’ macabro del naufragio

 

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di Franco Bechis

L’orrore originario. Notte del 18 aprile 2015, Mediterraneo, cento km dalla costa libica e 200 circa da Lampedusa. Un peschereccio eritreo carico di migranti lancia il suo sos poco dopo la mezzanotte. Lo raccoglie il comando delle Capitanerie di Porto italiane, che intima a un mercantile portoghese non lontano, il King Jacob, di correre in soccorso. Lo fa. Ma quando si avvicina al peschereccio, accade la tragedia. La barca si ribalta, affonda. Si salvano in 28. Saranno recuperati 58 corpi subito. Ma i dispersi sono centinaia. Chi dice 700, chi si spinge a dire 900. E’ la più grande tragedia del mare del nuovo millennio. La dinamica non è mai stata ricostruita con certezza: qualcuno dice che avvicinandosi il mercantile portoghese avrebbe provocato un’onda d’urto che ha travolto il peschereccio comunque imponente (23 metri di altezza su tre livelli). Il comandante portoghese sostiene invece che al loro arrivo i migranti impauriti si sono spostati tutti dallo stesso lato della imbarcazione, provocando così il suo rovesciamento e affondamento.

Gli errori. Con una decisione che non ha precedenti il governo italiano, l’Unione europea e la Nato (all’epoca era in corso per il salvataggio dei migranti l’operazione internazionale Triton), ha deciso il recupero del peschereccio a 370 metri di profondità per trovare i dispersi che con ogni probabilità erano restati in trappola nella pancia di quella barca: uomini, donne e bambini. L’operazione è stata tentata dall’aprile scorso con una serie di errori clamorosi che hanno aggiunto (e sembrava impossibile) orrore ad orrore. Ci ha provato subito da sola la Marina Militare italiana, ma non c’è riuscita anche per le condizioni difficili del mare, rinviando all’inizio dell’estate il nuovo tentativo. Il peschereccio inizialmente imbragato è stato così riaffondato.

A giugno il secondo tentativo, e questa volta la Marina si è fatta accompagnare da una impresa privata, la Fagioli di Reggio Emilia, che era già riuscita ad agganciare e stabilizzare la Concordia, la nave da crociera affondata da capitan Francesco Schettino al largo dell’isola del Giglio. Dopo alcuni tentativi l’aggancio è riuscito. Ma parte dell’operazione no. Le ditte specializzate avevano tentato di imbragare il relitto con una sorta di fascia refrigerante, necessaria a conservare nello stesso stato in cui si trovavano gli eventuali corpi dei dispersi lì imprigionati. Ma le correnti hanno provocato una sorta di effetto yo-yo al relitto che ha reso impossibile agganciare la fascia refrigerante. Il peschereccio è stato comunque tirato su, sistemato sulla nave Ievoli Ivory che lo ha trasportato nella rada di Augusta per collocarlo sotto un tendone debolmente refrigerato. E lì è iniziata la seconda tragedia.

Il nuovo orrore e i pompieri. A cercare i dispersi nella pancia della nave sono stati chiamati i vigili del fuoco che fin dai primi passi dell’operazione Augusta 2016 erano stati coinvolti. Li hanno dotati della scarsa attrezzattura a disposizione: tute bianche, talvolta di tela, talvolta addirittura di carta. Mascherine improvvisate, qualche casco giallo. Sono entrati nel ventre del relitto e si sono trovati davanti un inferno che non si aspettavano. I corpi dei superstiti c’erano. Centinaia, probabilmente. Non più distinguibili l’uno dall’altro. Il caldo li aveva sciolti, mischiati. “Ho pudore a descrivere”, racconta a Libero Costantino Saporito, rappresentante nazionale dell’Unione sindacale di base dei vigili del fuoco, “quel che mi hanno raccontato i colleghi. Una gelatina di corpi diventati liquame sotto cui si intravedeva qualche pezzo di carne e qualche osso”. Anche chi aveva esperienza di situazioni estreme, non ha retto. I primi ad entrare sono usciti vomitando. Poi hanno gettato la spugna: non ce la facevano a fare un lavoro così.

Il primo luglio il direttore regionale dei vigili del fuoco della Sicilia, Giovanni Fricano, ha scritto a tutti i comandi: “In relazione alle rinunce pervenute, si è reso necessario rimodulare l’orario di impiego ad Augusta del personale con funzione di operatore”. Due turni: uno diurno 8/20 senza pause, e il giorno dopo in turno notturno 20/8 straordinario. Un massacro. Pagato per altro 7 euro l’ora. “Eppure in queste condizioni impossibili, con attrezzature così povere da mettere a repentaglio anche la salute”, prosegue Saporito, “ci sono colleghi che hanno accettato. Con gli stipendi che ormai abbiamo anche quei 7 euro all’ora extra consentono magari di fare un extra di 120-150 euro con cui pagare le bollette a fine mese”. I pompieri sono riusciti a tirare fuori 400 fantasmi di uomini, “dei pezzi, divisi contando le teste. Se i pezzi erano piccoli si è pensato fossero bambini. Per separarli da quella gelatina l’uno dall’altro hanno dovuto usare dei piedi di porco”.

L’italiano dimenticato. L’incomprensibile operazione di recupero di centinaia di ombre di uomini, donne e bambini, macabri fantasmi del mare che ormai quasi nessuno reclama (ci sono solo una decina di familiari ad attendere quelle operazioni) e probabilmente non identificabili è avvenuta in contemporanea con un’altra piccola tragedia. Finora però tutto ciò è costato 10 milioni di euro. Il 28 giugno invece è naufragato davanti alle coste di Porto Palo un peschereccio italiano, comandato da Giovanni Costanzo, 62 anni. Dopo 48 ore la locale Capitaneria di Porto ha sospeso le ricerche: costano, e non ci sono fondi. Il presidente della Federazione armatori siciliani, Fabio Micalizzi, ha spiegato: “ora le ricerche le stiamo facendo noi a nostre spese, perché la Capitaneria di Porto si è fermata, non il dolore e la rabbia dei familiari di Giovanni Costanzo”.

La polemica. Anche per questo parallelo di insensatezza (milioni spesi per il macabro nulla, forse solo per un’operazione propagandistica del governo italiano e della Ue, nulla per un uomo che poteva essere ancora vivo), il doppio caso è divenuto politico. Il senatore centrista Carlo Giovanardi ha presentato una interrogazione urgente al governo italiani, chiedendo perché siano stati spesi 10 milioni di euro per l’impossibile tentativo di identificare vittime di 14 mesi fa e non ci siano “fondi per la ricerca e il salvataggio di persone che possano essere ancora in vita, italiani o migranti”. Altra interrogazione è stata presentata dal M5s (Tiziana Beghin, Ignazio Corrao e Laura Ferrara) al Parlamento europeo anche per chiedere se si sia a conoscenza “delle condizioni di sicurezza in cui operano i Vigili del fuoco” italiani.

LIBERO



   

 

 

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