La legge sull’affidamento condiviso si è rivelata un grande fallimento

 

Mentre oggi si discute di famiglie omo, di adozioni fra persone dello stesso sesso, a distanza di un decennio, il processo culturale che avrebbe dovuto favorire i minori nel non perdere alcun genitore dopo la separazione/divorzio, mostra lacunose resistenze istituzionali che posizionano il diritto minorile in ultima posizione rispetto ad un’Europa che viaggia ad alta velocità e ci sollecita a prendere misure più moderne e adeguate, in linea con standard europei. Così la politica predispone con veemenza nuovi scenari come quello della Stepchild Adoption totalmente incurante degli effetti negativi dell’applicazione impropria di una legge che dal 2006 ha prodotto molti figli orfani di genitori vivi.

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Dieci anni fa, l’otto febbraio 2006 veniva approvata dal Parlamento italiano la legge 54 sull’affidamento condiviso. Purtroppo, come ricorda la Senatrice Baio, correlatrice all’epoca del testo col Senatore Paniz, essa si è rivelata un grande fallimento.

Benchè il testo reciti, un po’ genericamente, che “anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”, di fatto oggi in Italia dopo qualche anno dalla separazione della coppia genitoriale il 30% di questi minori diventa orfano di genitore vivo. Molti vedono un genitore (nel 90% dei casi il padre), poche ore alla settimana. Sotto i tre-quattro anni la quasi totalità dei Tribunali vieta con una legge non scritta il pernottamento presso il papà. L’Italia è il Paese europeo più sanzionato dalla CEDU per violazione dell’articolo 8 che sancisce il diritto di tutti, anche del papà separato, ad avere una vita affettiva e familiare. Una situazione che, come dimostrato dal pediatra Vittorio Vezzetti con una complessa ricerca comparativa presentata presso ONU e Parlamento Europeo, ci relega al fondo dell’Europa e che non vede a breve via d’uscita.

Il nocciolo del problema è lo scollamento tra la magistratura italiana, schierata con fior di sentenze, anche di Cassazione, contro una condivisione reale ed equivalente dei tempi (che esporrebbe, secondo i giudici, i minori a destabilizzanti peregrinazioni tra due abitazioni e a maggiori esposizioni al conflitto familiare) e il corpus dei 75 studi accreditati internazionalmente dal 1977 ad oggi che ormai hanno dimostrato inequivocabilmente con ricerche condotte su centinaia di migliaia di minori che i le famiglie separate in cui i figli frequentano ognuno dei genitori per almeno un terzo del tempo rappresentano la struttura post separativa migliore, con parametri di benessere molto vicini a quelli delle famiglie unite. Sul punto è intervenuto il 2 ottobre addirittura il Consiglio d’Europa che, dopo mesi di studio e di audizioni di esperti internazionali, ha invitato con la risoluzione 2079 tutti gli Stati ad adeguarsi ai modelli dei Paesi più progrediti (Svezia, Danimarca, Belgio) e a promuovere affidamenti che prevedano tempi di permanenza più o meno uguali (compresi comunque nel range 35-65%) presso mamma e papà a partire dall’anno di età. Questo in virtù dei benefici documentati di un affido materialmente condiviso e dei danni di un affido sostanzialmente monogenitoriale come quello italiano.

La risoluzione a tutt’oggi è stata ignorata e, anzi, la Cassazione a dicembre si è ancora schierata contro l’affido alternato e materialmente condiviso (ma così anche contro i dati oggettivi che provengono dal mondo della ricerca) con la ordinanza 25418/2015. Il più autorevole raggruppamento di associazioni per la bigenitorialità, COLIBRI’, ha segnalato ripetutamente ai Garanti per l’Infanzia, al Presidente del Consiglio e alla Presidente della Commissione Infanzia la necessità di recepire al più presto la risoluzione del COE e di divulgare il modello del Tribunale di Perugia, unico a rispettarla.

“Nessuna risposta”, commenta sconsolato il vice Presidente Roberto Castelli, “in questo momento le priorità sono altri tipi di genitorialità e comunque i figli di separati sono abbandonati a se stessi con una sequela di danni di natura biomedica e sociale.

Alcuni Comuni dell’Emilia Romagna hanno persino rifiutato il Registro informativo comunale della bigenitorialità con cui si chiedeva che le informazioni inerenti il minore venissero inoltrate a tutti e due i genitori”. Aggiungiamo che 10 anni sono passati senza ottenere cambiamenti sostanziali in ambito affido minorile, ci chiediamo cosa o quanto occorre al nostro paese per adeguarsi e crescere ispirandosi a paesi che prima di noi hanno affrontato questi temi e hanno provveduto strada facendo a migliorarne molteplici aspetti. Invece noi non progrediamo ma non solo, evitiamo accuratamente di preoccuparci dello stato dei figli dei separati convinti di fare l’interesse del minore senza quell’umiltà indispensabile di guardarsi attorno e vedere come si muovono altri paesi, rimanendo così il fanalino di coda d’Europa.

Colibri-italia
Coordinamento Interassociativo Libere Iniziative per la Bigenitorialita e le Ragioni dell’Infanzia colibri-italia.it



   

 

 

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