Fare di Etruria una Banca islamica. L’offerta dei massoni a papà Boschi

 

NEL PAPOCCHIO DI BANCA ETRURIA ARRIVA ANCHE LA FARSA FINALE: IL PIANO DEI MASSONI PER FAR SCALARE L’ISTITUTO DA UN FONDO ARABO, IL QVS, CHE È UNA MEZZA PATACCA
L’IDEONA E’ DEL GREMBIULINO VALERIANO MUREDDU CHE INCARICA UN CONFRATELLO NAPOLETANO, LORENZO DIMARTINO, DI ATTIVARSI CON IL FONDO E PRESENTARE UN’OFFERTA PER TRASFORMARE LA POPOLARE NELLA PRIMA BANCA D’AFFARI ISLAMICA D’EUROPA!
INIZIA UN CARTEGGIO TRA IL PRESIDENTE LORENZO ROSI E IL FONDO. POI ALCUNI MEMBRI DEL CDA SCOPRONO LA FASE AVANZATA DELLA TRATTATIVA E VANNO SU TUTTE LE FURIE, PER LA FRETTOLOSA PROPOSTA DI DUE DILIGENCE. E ROSI E’ COSTRETTO A FARE DIETROFRONT…

boschi-padre

Giacomo AmadoriLiberoquotidiano  25.01.2016  Nel pasticcio di Banca Etruria spuntano sempre nuovi capitoli. Ma quello che stiamo per raccontarvi è forse il più incredibile. Una vicenda a metà tra Totòtruffa e I soliti ignoti, dove un massone fiorentino (Valeriano Mureddu, indagato a Perugia per associazione segreta e amico di Flavio Carboni, bancarottiere imputato per la P3) avrebbe incaricato un grembiulino napoletano di nome Lorenzo Dimartino, tributarista con una laurea buona, forse, in Burkina Faso, di scalare la Popolare con un presunto fondo arabo, il Qvs, nato nel 2014 e che sino a oggi è stato capace solo di pianificare concretamente l’apertura di una boutique in Qatar. Il piano però era clamoroso, almeno sulla carta: acquisire l’istituto per trasformarlo nella prima banca d’affari islamica d’Europa.

Carboni

Carboni

A mettere in moto questo progetto è stata la coppia Carboni-Mureddu che attraverso un avvocato romano avrebbe incaricato il piccolo professionista di Acerra di presentare un’offerta. Una catena di Sant’Antonio i cui membri hanno in comune l’appartenenza alla massoneria e affari più o meno opachi, di scarso o nessun successo. Eppure la richiesta d’aiuto alla premiata ditta Carboni & Mureddu sarebbe arrivata direttamente dall’ex presidente della banca Lorenzo Rosi e dal suo braccio destro Pier Luigi Boschi, all’epoca alla ricerca di una soluzione per i guai della banca. Dopo pochi mesi, però, la Banca d’Italia li ha commissariati.

IL PRESUNTO SCEICCO

LORENZO DIMARTINO

LORENZO DIMARTINO

Torniamo all’estate del 2014. L’Etruria è nei marosi e Rosi e il suo vice Boschi hanno bisogno di un nuovo direttore generale e di un ricco finanziatore. Per questo si rivolgono a Mureddu. Che, grazie a Carboni, trova due candidati per la poltrona di dg: il banchiere Fabio Arpe e il vicedirettore generale della Popolare del Frusinate Gaetano Sannolo. Ma nei colloqui nell’ufficio romano di Carboni, in via Ludovisi, i due manager mostrano di essere interessati soprattutto a un partner finanziario. Nel dicembre del 2013 Bankitalia aveva imposto a Bpel di trovare un un socio e per questo, dopo il tramonto della fusione con la Popolare di Vicenza, Rosi e Boschi puntano ad altre soluzioni. Ecco così spuntare dal cilindro di Carboni & c. Qvs, compagnia qatarina di “investment management” guidato (secondo il sito Internet) dallo sceicco Nasser Bin Jassim Al Thani. Il 28 giugno e il7 luglio, Dimartino, membro del board della misteriosa società, verga due lettere di manifestazione d’interesse con cui prospetta un intervento nel capitale sociale di Banca Etruria «nella misura minima del 45 per cento, previa trasformazione della medesima banca in società per azioni». A Bpel Dimartino «rappresenta l’interesse della Sua società a svolgere gli opportuni approfondimenti anche mediante l’espletamento di una due diligence legale e contabile».

LA MARCIA INDIETRO

Nella sua prima risposta ufficiale Rosi si mostra molto interessato alla proposta dell’investitore scovato da Carboni & Mureddu: «Nel confermarle la disponibilità e l’interesse del nostro istituto di credito ad avviare il prospettato percorso di verifica e approfondimento, sono a richiederle la disponibilità a partecipare a un preliminare incontro tecnico, con l’intervento anche dei rispettivi legali nell’ambito del quale definire puntualmente le modalità di svolgimento della fase di due dili- gence e i connessi impegni di riservatezza, contestualmen- te avviando la discussione in merito alle possibili forme di coinvolgimento del Vostro Gruppo nel capitale di Banca Etruria». Rosi scrive anche di condividere «la volontà di avviare tali approfondimenti in tempi brevissimi (…) già nel corso della prossima settimana». Ma poi succede qualcosa. Alcuni membri del cda scoprono informalmente la fase avanzata della trattativa e vanno su tutte le furie per la frettolosa proposta di due diligence. Anche perché quella strada non è percorribile per diversi motivi. Rosi è costretto a tornare sui suoi passi. E l’8 agosto comunica la decisione a Dimartino: «Sono a rappresentarle di non ritenere percorribile l’operazione prospettata in particolare in ragione dei vincoli cui la banca, all’esito dell’ipotizzata trasformazione in società per azioni, dovrebbe attenersi in relazione alla natura comunitaria o meno dei propri azionisti di riferimento. Alla luce di tali considerazioni ritengo quindi che allo Stato non sussistano i presupposti per poter dare utilmente corso all’ipotizzata fase di due diligence». Eppure per qualche settimana quella era stata più che un’ipotesi e comunque solo tre giorni dopo Rosi riuscirà a far approvare dal cda l’improvvisa conversione in spa dell’Etruria.

LA BANCA ISLAMICA

Per capire quale fosse il reale piano di Qvs, abbiamo contattato Dimartino, il quale ci ha confessato un’idea stravagante: «All’epoca Qvs aveva intenzione di aprire la prima banca islamica in Europa e quindi cercavamo di acquisire un piccolo istituto per poter fare questa banca d’affari di finanza islamica, completamente diversa da quella Occidentale. In quei mesi avevo presentato una richiesta di acquisizione della Banca del lavoro e del piccolo risparmio di Benevento che non andò a buon fine. Mi fu detto di provare anche con la Leonardo Del Vecchio, del gruppo Mps, e poi che era possibile acquisire l’Etruria. Così ci siamo fatti avanti…». Ma perché avete chiesto di trasformarla in spa? «Avevamo interesse a avere una banca d’affari e non una popolare e per questo era necessario quel cambiamento». La ricerca è durata sino a quando gli attentati terroristici in Europa hanno costretto Qvs a rivedere il proprio programma di investimenti: «C’è stata una serie di questioni con l’Islam non favorevoli dal punto di vista politico», ammette Dimartino. Ma quanto era seria la proposta di Qvs? E soprattutto chi è davvero Dimartino? Su Internet risulta docente presso l’Università popolare di Milano.

IL BURKINA FASO

Nell’appartamento di viale Tunisi che ospita la scuola, i colleghi sorridono e descrivono affettuosamente Lorenzo e il suo amico Gianni F. come due novelli Totò e Peppino. Qui Dimartino si è «laureato» in Scienze politiche nel 2013, a 46 anni, e subito dopo ha ottenuto un insegnamento non retribuito di otto mesi. L’Unipmi sul proprio sito sfoggia un documento del Ministero dell’università e ricerca del 2011 in cui un sottosegretario «prende atto che l’Università popolare può rilasciare i titoli accademici per conto» di due università gemellate: una di Ouagadougou in Burkina Faso e una di Bouaké in Costa d’Avorio. Ma il Miur, contattato da Libero, ha precisato che nel 2012 ha intimato all’Universià popolare (e non «degli studi») «a desistere da ogni iniziativa volta a rilasciare titoli» visto che la «presa d’atto» non autorizza questa attività. Nel 2014 l’ha diffidata nuovamente. Nel 2015 Tar e Consiglio di Stato hanno emesso ordinanza favorevole al ministero e rigettato l’istanza di sospensiva presentata dalla scuola milanese. Sempre grazie alla Rete apprendiamo che Dimartino nel 2014 ha aperto una società londinese chiamata «Exagon graphene system limited», destinata alla commercializzazione del grafene, un materiale che, guarda caso, sta provando a mettere sul mercato Carboni insieme con un suo socio, uno scienziato di San Pietroburgo. A Dimartino fanno riferimento almeno altre due società estere, mentre sull’homepage dello studio tributario Dimartino & associati di Acerra, tra i contatti, sono inseriti due numeri di telefono svizzeri, uno dei quali dello «Zurich Swiss office». Interrogato sul punto, Dimartino ridacchia: «Ma quale sede in Svizzera, non ci vado da almeno dieci anni! Io sono sempre stato in Italia e non mi sono mai mosso da qui». Sarà meno esotico, ma lo studio del «Dott. Prof.» (come da targhetta arrugginita) è allo stesso indirizzo dell’abitazione di Dimartino, che qui lavora in beata solitudine, senza dipendenti o segretarie, mentre i clienti li raggiunge per lo più a domicilio.

LA MASSONERIA

Il quartier generale di Qvs in Italia è dunque uno spartano villino dentro a un condominio popolare alla periferia di Acerra. La pulsantiera è protetta contro i vandali con una grata e una signora in tuta fa la vedetta da un terrazzo. Sulla cassetta della posta oltre al nome del padrone di casa, con relativo pomposo titolo accademico, sono indicati anche quelli della Tetrasky sas e della Alpha proxima limited. Dimartino in passato è stato iscritto alla loggia napoletana Hyria e sul suo profilo Facebook resta una foto di una visita ad Arezzo, dai fratelli della Fulcanelli. «Sono andato anche a Londra, ma ora non sono più iscritto» assicura a Libero l’uomo che avrebbe dovuto salvare l’Etruria. Ci confessa di avere un procedimento giudiziario in corso «in via di definizione», ammette che «è probabile che qualcuno possa avermi usato in questa vicenda», ma che lui non ha «niente da nascondere». Ci dice che il contatto con l’Etruria è avvenuto attraverso un avvocato di Roma e che Carboni è un suo cliente moroso. «L’ho chiamato per dirgli che “non è cosa”, anche perché andare a depositare un ricorso Equitalia il 12 agosto per non essere pagati non è che faccia piacere». Dimartino non vuole svelarci chi ci sia dietro alla «Exagon graphene» di Londra, ma poi concede: «Non è difficile intuirlo…». Il tributarista conosce pure Mureddu: «L’ho incontrato quattro o cinque volte. A me sembrava una persona per bene, sempre ben vestito, certo non dava l’impressione di essere un delinquente».

LA BOUTIQUE A DOHA

Ma esiste questo fondo sconosciuto ai principali analisti internazionali? Dimartino si inalbera. «Io faccio un “lavoro professionale”,sono un esperto di attività internazionali. Qvs è una società di management che gestisce dei fondi per ogni genere di attività». Per lui gli sceicchi dietro a Qvs sono reali e non ricordano Totò d’Arabia. Sul sito Internet della compagnia il nome di Dimartino è storpiato (Laurenzo) e lui risulta «chief internal auditor». «Revisore dei conti interno» traduce l’interessato. Gli facciamo notare che sull’homepage hanno messo la foto della torre Unicredit di Milano, comprata sì da un fondo del Qatar, ma con un altro nome: Qia. «Non so che immagine ci sta, non è di mia competenza», replica il tributarista. Ma quale investimento rilevante ha realizzato ad oggi Qvs? La risposta ci spiazza un po’: «Glielo posso dire tanto la notizia uscirà a breve: il fondo delQatar è attualmente impegnato nell’apertura di una Richmond boutique a Doha…». Siete passati da una banca a un negozio? «Abbiamo anche altri investimenti in corso… stiamo cercando di aprire pure un resort…». Era questa la gente che, nell’estate del 2014, girava intorno alla Banca popolare dell’Etruria.



   

 

 

1 Commento per “Fare di Etruria una Banca islamica. L’offerta dei massoni a papà Boschi”

  1. Sarebbe da morire dal ridere,se non ci fosse la tragedia dei truffati e di chi si è tolto la vita per aver perso i risparmi di una vita.

Commenti chiusi

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