Unione Europea, un asservimento su commissione

di Alessandro Catto

La vulgata europeista al giorno d’oggi è una delle armi più potenti a disposizione di un potere economico e politico che, molto spesso, dobbiamo subire senza la possibilità di un reale cambiamento. Una retorica quasi soteriologica, messianica, un cammino senza discussioni o alterità, dove qualsiasi tentativo di critica viene bollato come populista o conservatore. Un messaggio dalle tinte salvifiche che mostra stelle luccicanti e spot lacrimevoli, ma che a ben vedere cela la povertà morale e fattuale di un progetto molto più terreno.

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Progetto che parte da lontano, precisamente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando l’europeismo ideale di Altiero Spinelli e del manifesto di Ventotene incontra esigenze geopolitiche molto più reali, quelle dei vincitori del conflitto. Se l’Unione Sovietica istituì una sua giurisdizione geopolitica su tutta l’Europa orientale, gli States replicarono assicurandosi, con il contributo degli alleati anglo-francesi, il controllo dell’Europa occidentale. Il seguente processo di integrazione, sia dal punto di vista istituzionale che politico, non può non tenere conto di questo aspetto fondamentale.

I passi per la nascita dell’odierno progetto europeo nascono in una temperie storica che vede il vecchio continente già assoggettato a poteri stranieri, che hanno tutto l’interesse a mantenere lo status quo e ad evitare pericolosi scossoni o sussulti di indipendenza, levando possibilmente sovranità nazionale a paesi le cui spinte centrifughe possono dare fastidio.

Pure nel caso italiano è difficile non notare come dalla fine di Mani Pulite e dall’archiviazione del craxismo, che pure era riuscito ad incrinare certi rapporti di forza sovranazionali, la vulgata europeista saggiamente annaffiata sugli italiani dal baraccone post-comunista abbia finito con il privare ulteriormente l’Italia di una sovranità già ridotta, a vantaggio di un contenitore che gestisce definitivamente per conto terzi l’amministrazione dell’Europa. Un processo culminato con l’Euro e l’integrazione finanziaria, dai quali oggi pare molto difficile (se non impossibile) slegarsi.

Una subalternità politica e culturale di fronte alla quale pure la Germania di oggi poco può fare. A dispetto di chi la vuole padrona d’Europa, genitrice ultima del progetto europeo o fautrice di una propria, indipendente linea diplomatica, va detto che essa stessa dalla fine del secondo conflitto bellico è un paese a sovranità limitata e di impostazione coloniale, incapace di produrre una propria politica estera e perennemente controllata a vista dal tutor statunitense, ancora oggi ben attento a impedirle eccessivi abboccamenti con il vicino russo.

Emblematico pure l’esito delle ultime trattative greche, con Washington palesemente preoccupata dagli accordi di Tsipras con Putin e capace di imporre alle varie Merkel, agli Schaeuble e all’esecutivo teutonico la ratifica di un trattato che permettesse la permanenza ellenica nell’Unione.

Il rapporto stesso con la Russia e il comportamento nel conflitto ucraino, del resto, mostrano quanto l’Europa sia schiava degli interessi d’oltreoceano, e quanto risibile sia il ruolo diplomatico del ministro degli esteri Mogherini, ridotto ormai a megafono continentale delle scellerate scelte di Obama, sia in Ucraina che in Medio Oriente.

L’europeismo per come è concepito oggi e l’Unione Europea nella sua totalità non sono minimamente in grado di opporsi alle decisioni e alle scelte dei gendarmi del mondo, ma ne sono, al contrario, i ratificatori. Il vero collante di questo baraccone oligarchico non sono il federalismo, la solidarietà tra i popoli o il senso di comune cittadinanza, come ci viene spiegato poco prima di Natale a reti unificate, bensì gli interessi della NATO e degli oligopoli finanziari. Un continente a sovranità limitata, culturalmente appiccicato con la colla, recepito come un moloch economico e finanziario e presentato continuamente come tale dai moltissimi partiti euroscettici che imperversano da Parigi ad Atene, da Roma a Berlino.

L’europeismo ideale di Altiero Spinelli è per certi versi condivisibile nei suoi auspici di pace, prosperità e indipendenza. Ma quello che coccola la figlia Barbara, che liscia il pelo alla NATO, che ringhia contro la Russia, che assiste imbelle o, peggio con le mani sporche, agli esodi di popolazioni dal Medio Oriente e dal Nordafrica è tutt’altra cosa. E’ un europeismo prezzolato che usa dei richiami ideali totalmente distopici per continuare a perpetrare un presente mediocre, che non ammette vie d’uscita o progetti alternativi. Un europeismo che non persegue l’indipendenza e la sovranità di un continente, ma che ne limita lo spazio d’azione alle ingerenze di un controllore straniero.

(dal blog di Alessandro Catto  -  ilgiornale.it)



   

 

 

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